Zen e arti marziali: cosa c’entrano davvero

L’immagine la conosciamo tutti: il samurai seduto in meditazione all’alba, la spada appoggiata di fianco, il monaco che gli insegna a svuotare la mente. Poi si alza, e con la mente vuota è invincibile.

È un’immagine potente. È anche, per la maggior parte, una costruzione del Novecento, e come per il bushidō, la storia vera è più interessante del mito.

Ma attenzione: tra Zen e arti marziali, a differenza del bushidō, un legame autentico c’è. Solo che è più stretto, più tardo e più specifico di quello che si racconta.

Cosa dice la storia

Lo Zen arriva in Giappone dalla Cina tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, nel periodo Kamakura, cioè proprio mentre la classe guerriera prende il potere. I due fenomeni si incontrano, e l’incontro è documentato: i signori della guerra finanziarono monasteri, e alcuni monaci ebbero rapporti stretti con guerrieri importanti.

Perché lo Zen e non un’altra scuola buddhista? Alcune ragioni pratiche sono chiare. Lo Zen chiedeva disciplina e pratica diretta più che studio di testi, e i guerrieri non erano tutti letterati. Non prometteva salvezza tramite formule: chiedeva di fare. E affrontava la morte senza girarci intorno, il che per chi rischiava la pelle di mestiere non era un dettaglio.

Il documento più solido di questo legame è una serie di scritti del monaco Takuan Sōhō (1573–1645), indirizzati al maestro di spada Yagyū Munenori. Sono lettere sulla mente del combattente, e il concetto centrale è preciso: la mente che si ferma è già sconfitta. Se mentre combatti la tua attenzione si aggrappa alla spada dell’avversario, o al suo sguardo, o al tuo stesso colpo, in quell’istante sei fermo, e chi è fermo perde.

Questo è autentico, è del Seicento, ed è ancora oggi il migliore ponte tra la meditazione e la pratica marziale.

Cosa invece non dice la storia

Che i samurai fossero tutti praticanti Zen è falso.

La classe guerriera fu devota a molte scuole: Terra Pura, Shingon, Nichiren, oltre allo Zen. Molti guerrieri non erano particolarmente religiosi, come in qualsiasi esercito di qualsiasi epoca. Lo Zen fu una delle correnti, importante per alcuni e irrilevante per altri.

E soprattutto: non esisteva un “addestramento Zen” per guerrieri come metodo diffuso e codificato. Quel quadro lo abbiamo costruito dopo.

Chi ha costruito il mito

Due libri, entrambi del Novecento, entrambi rivolti agli occidentali.

D.T. Suzuki, il divulgatore che ha fatto conoscere lo Zen in Occidente, dedicò a questo tema pagine molto influenti, in particolare in Zen e la cultura giapponese. Presentò lo Zen come la chiave di lettura dell’anima giapponese, arti marziali comprese. Il libro ebbe un’influenza enorme, e la sua immagine del guerriero-monaco è quella che circola ancora oggi.

Eugen Herrigel, filosofo tedesco, pubblicò nel 1948 Lo Zen e il tiro con l’arco, il racconto dei suoi anni di studio del kyūdō in Giappone. È diventato un classico letto da milioni di persone.

Su questo secondo libro, però, la ricerca storica ha messo parecchi puntini sulle i. Il suo maestro, Awa Kenzō, aveva una propria visione personale del tiro, ma non era un praticante Zen: lo Zen nel libro ce lo mette Herrigel. Diversi episodi famosi (compreso il celebre tiro nel buio) sono stati ricostruiti in modo molto diverso da chi ha esaminato le fonti giapponesi, anche perché Herrigel lavorava attraverso un interprete e non parlava la lingua. Va aggiunto, perché è un fatto storico e non un’insinuazione, che Herrigel fu iscritto al partito nazista.

Il risultato è che il legame Zen-arti marziali, per come lo conosciamo, è stato in buona parte scritto per noi occidentali, da autori che ci stavano spiegando il Giappone.

Cosa resta davvero tra Zen e arti marziali

Detto tutto questo, chi pratica sa che qualcosa di vero c’è. Solo che non è quello dei poster.

L’attenzione si allena. Meditazione e pratica marziale lavorano sulla stessa facoltà: accorgersi di dove è finita la propria mente e riportarla. Il monaco lo fa seduto, il praticante lo fa mentre qualcuno gli arriva addosso. La materia è la stessa.

La forma ripetuta scava. Nello Zen si ripetono gesti minuti per anni (sedersi, camminare, mangiare, pulire) con la stessa serietà. Nel dojo si ripete la stessa tecnica mille volte. In entrambi i casi la ripetizione non serve a perfezionare il gesto: serve a lavorare su chi lo compie.

Il risultato non si insegue. Nel kyūdō il criterio non è il centro colpito ma la qualità del tiro. È un’idea profondamente affine a quella zen del non attaccarsi all’esito, e chiunque abbia sbagliato qualcosa proprio perché ci teneva troppo sa che non è misticismo.

La mente che non si ferma. Mushin, il concetto che Takuan spiegava a Yagyū, non è la mente vuota: è la mente che non si aggrappa. Nella pratica lo riconosci subito. Se ti fissi sul braccio del compagno, hai già perso il resto.

Il caso del Ki Aikido

Qui vale la pena essere precisi, perché è una scuola che viene spesso raccontata come “zen in movimento”, e non è esatto.

Il lavoro sull’unificazione di mente e corpo che sta alla base di questa scuola non arriva dallo Zen. Arriva da Nakamura Tempu, che aveva costruito il suo metodo dopo una malattia grave e un viaggio che lo portò fino in India, e le cui influenze sono almeno tanto indiane quanto giapponesi. Koichi Tohei prese quel metodo e lo mise dentro l’Aikido.

Il risultato assomiglia allo Zen su alcune cose (l’attenzione, la postura, il silenzio della pratica), ma non ne discende. Confonderli è comodo e sbagliato.

Come regolarsi

Se ti interessa l’incrocio tra Zen e arti marziali, tre consigli.

Leggi Takuan, non i riassunti. Le lettere a Yagyū sono brevi, dirette e vecchie di quattrocento anni. Valgono dieci libri di divulgazione.

Leggi Herrigel sapendo cos’è: un bellissimo libro su un’esperienza personale, non un documento sul kyūdō.

Diffida della formula “arte marziale = Zen”. Quasi sempre è un modo per dare profondità a un corso senza doverla dimostrare.

E poi c’è la scorciatoia più onesta: entra in un dojo e stai in silenzio per un’ora. Quello che si è cercato di spiegare in tanti libri lì è semplicemente il modo in cui si sta.

→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.