Ukemi: imparare a cadere senza farsi male

La prima volta che qualcuno ti fa cadere in un dojo, il corpo fa una cosa sola: si irrigidisce. È la reazione naturale a chi non sa ancora che cadere, nell’Aikido, non è un incidente da evitare. È una tecnica, e si insegna fin dalla prima lezione.

Si chiama ukemi, dal giapponese uke (ricevere) e mi (corpo): letteralmente, il corpo che riceve. Non è un dettaglio secondario rispetto alle tecniche vere: è la prima tecnica, quella su cui si basano tutte le altre, perché senza saper cadere non si può praticare nessuna delle proiezioni che l’Aikido insegna.

Perché nell’Aikido si cade così tanto

In una lezione tipica, chi pratica cade decine di volte. Non è un effetto collaterale: è la struttura stessa della pratica. Ogni tecnica ha due ruoli, chi la esegue (nage) e chi la riceve (uke), e ci si scambia i ruoli in continuazione. Chi oggi è nage, tra un minuto è uke, e viceversa.

Questo significa una cosa concreta: un buon praticante di Aikido passa più tempo a imparare a cadere bene che a imparare a proiettare bene. Sono la stessa moneta, due facce.

Non è cadere: è un movimento controllato

La differenza tra un ukemi ben fatto e una caduta vera e propria è tutta qui: nell’ukemi il corpo non smette mai di essere sotto controllo. Non ci si abbandona al pavimento, si accompagna il proprio corpo fino al pavimento, distribuendo l’impatto lungo tutta una linea invece di concentrarlo in un punto solo.

Qui tornano i quattro princìpi dell’unificazione di mente e corpo: un corpo che mantiene il peso sotto e resta rilassato assorbe una caduta molto meglio di un corpo irrigidito dalla paura. È il motivo per cui, controintuitivamente, chi si tende per proteggersi spesso si fa più male di chi resta rilassato: il corpo rigido trasmette l’urto invece di assorbirlo.

Le cadute di base

Le scuole di Aikido, Ki Aikido compreso, insegnano l’ukemi per gradi, partendo dalle cadute più semplici.

Ushiro ukemi, la caduta all’indietro, è di solito la prima che si impara: si parte da seduti o accovacciati, si arrotonda la schiena e si lascia rotolare il peso lungo la colonna, senza mai appoggiare la testa.

Mae ukemi, la caduta in avanti, arriva dopo: si trasforma la spinta in una rotolata diagonale su una spalla, dalla mano al fianco opposto, senza mai colpire il pavimento con il gomito o con la spalla stessa.

Yoko ukemi, la caduta laterale, è quella che si vede più spesso nelle proiezioni: il corpo cade su un fianco e il braccio batte il tatami parallelo al corpo, un istante prima dell’impatto, per disperdere l’energia della caduta.

Da queste tre derivano tutte le variazioni più avanzate: cadute da proiezioni alte, cadute in movimento, cadute senza l’aiuto delle mani. Con il tempo si aggiunge il kaiten ukemi, la caduta rotolata: invece di battere il braccio sul tatami, il corpo continua il movimento in una rotolata fluida, in avanti o all’indietro, e si rialza nello stesso gesto. È la versione più avanzata dell’ukemi, quella che si vede nelle dimostrazioni, ma nasce dalle stesse tre cadute di base: senza quelle, il kaiten ukemi non regge.

Ogni scuola dosa questa progressione un po’ a modo suo, ma l’ordine di fondo è comune a tutto l’Aikido, Aikikai o Ki Aikido che sia.

Cosa c’entra con il rilassamento

Nel Ki Aikido l’ukemi non è soltanto una questione di tecnica del corpo: è anche un banco di prova per il secondo dei quattro princìpi, rilassarsi completamente. Chi si irrigidisce mentre cade lo fa quasi sempre per un riflesso di controllo, il tentativo istintivo di “tenere insieme” il corpo.

Da lì nasce l’abitudine, nelle lezioni di Ki Aikido, di allenare l’ukemi insieme alla respirazione: espirare durante la caduta, invece di trattenere l’aria, aiuta il corpo a restare morbido nel momento dell’impatto. Non è una tecnica a parte: è lo stesso principio che si prova da fermi, portato dentro il movimento.

La paura è normale, e si supera con la progressione

Chi inizia da adulto spesso teme proprio questo: il momento in cui deve lasciarsi cadere davanti a un altro. È una paura ragionevole, non un limite personale.

Un buon maestro non la ignora: regola la progressione su chi ha davanti, parte da altezze bassissime, spesso da terra, e alza il livello quando il corpo ha imparato il movimento, non quando lo prevede il calendario. Alla prima lezione normalmente non si cade affatto: si osserva e si prova la meccanica da fermi.

Quanto tempo serve

Una caduta accettabile, che non fa male, si impara in poche settimane di pratica regolare. Una caduta davvero buona, silenziosa e senza sforzo visibile, richiede anni: è una delle tecniche che si raffinano per tutta la vita della pratica, perché più il corpo si rilassa, meno l’ukemi si vede e più funziona.

Non è un caso che nei dojo si dica che si riconosce un praticante esperto guardando come cade, non guardando come attacca.

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Domande frequenti

L’ukemi fa male, soprattutto all’inizio?

Un po’, come qualsiasi movimento nuovo che il corpo non conosce ancora: qualche indolenzimento nelle prime settimane è normale. Il dolore vero, quello da trauma, no: in un dojo serio le cadute si imparano per gradi, partendo da terra, e nessuno chiede a un principiante una caduta che il suo corpo non è pronto a ricevere.

Serve essere elastici o sportivi per imparare a cadere bene?

No. L’ukemi si basa su rilassamento e struttura, non su elasticità atletica: si insegna a persone di ogni età e condizione fisica, adattando la progressione a chi si ha davanti.

Chi scrive questi articoli?

Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina dal 1986, nella stessa palestra a Thiene, in provincia di Vicenza. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.