C’è una domanda che ogni allievo, prima o poi, si fa in silenzio: quando posso cominciare a farlo a modo mio?
Non la si dice ad alta voce perché suona presuntuosa. Ma è una domanda seria, ed è la stessa che si fa un cuoco, un musicista, un architetto, un programmatore. Quando smetti di copiare e cominci a essere te stesso?
In Giappone la risposta esiste da secoli, e sta in tre sillabe: shu, ha, ri.
守 Shu: segui la forma
La prima fase è obbedire alla forma. Non capirla, non discuterla, non migliorarla: eseguirla come ti viene mostrata, il più fedelmente possibile, per molto tempo.
Il carattere 守 significa proteggere, custodire, osservare una regola.
Sembra un invito alla passività, e invece è una scelta pratica. In questa fase non hai gli strumenti per giudicare quello che stai facendo: quello che tu chiami “la mia versione” è quasi sempre la vecchia abitudine che si riprende il posto. Cambiare qualcosa prima di saperla fare non è creatività, è la strada più breve per fossilizzare un errore.
C’è una cosa che chi insegna vede continuamente: l’allievo che modifica un dettaglio perché “così mi viene meglio” sta quasi sempre semplificando via proprio la parte difficile, cioè quella che serviva.
Shu è lungo. Anni, non mesi. È la fase in cui ripeti la stessa cosa mille volte e ti sembra di non avanzare, e intanto il corpo sta imparando qualcosa che la testa non sa ancora dire. Non è un caso che nelle arti marziali giapponesi i gradi da principiante siano parecchi e si misurino in anni: sono la mappa di questa fase.
破 Ha: rompi la forma
La seconda fase è rompere. Il carattere 破 significa spezzare, infrangere.
Adesso che la forma la esegui senza pensarci, cominci a chiederti perché è fatta così. Provi le varianti. Guardi cosa fanno altri maestri e altre scuole della stessa arte. Scopri che alcune indicazioni che prendevi come assolute erano il modo di quel maestro, non l’unico modo.
È una fase scomoda, perché per un periodo peggiori. Avevi qualcosa di solido e lo stai smontando. Molti si fermano qui e tornano indietro, e restano bravissimi esecutori per sempre.
Ha non è ribellione. È capire la regola dall’interno, e per farlo bisogna vedere cosa succede quando la togli.
離 Ri: lascia la forma
La terza fase è separarsi. Il carattere 離 significa allontanarsi, staccarsi.
Qui non stai più applicando una forma né rompendola: la forma è diventata tua. Non ci pensi più, e quello che fai è riconoscibilmente tuo pur essendo ancora, senza dubbio, quell’arte lì.
È la fase in cui due maestri anziani della stessa scuola si somigliano poco e sono entrambi inequivocabilmente della stessa scuola. Chiunque abbia visto due grandi jazzisti suonare lo stesso standard sa di cosa si parla.
L’equivoco da evitare è pensare che ri sia libertà di fare quello che si vuole. Non lo è. Alla tradizione si attribuisce un avvertimento preciso, in forma di poesia: si può custodire la regola, si può romperla, ci si può separare da essa, ma non si deve mai dimenticare la radice.
Chi salta la radice non è a ri. È solo uno che fa quello che gli pare.
Da dove viene
Le tre parole non nascono nelle arti marziali, e questo dice qualcosa.
Si fanno risalire alle arti tradizionali giapponesi in generale, la cerimonia del tè in particolare, dove la formula viene attribuita all’insegnamento di Sen no Rikyū, il maestro che nel Cinquecento diede al tè la forma che ancora oggi conosciamo. Idee molto simili si trovano nel teatro nō, nella calligrafia, e più tardi nel budō, la via marziale.
È il segno che i giapponesi consideravano l’apprendimento una cosa sola, indipendentemente dall’attività: si impara a tirare di spada come si impara a preparare il tè o a scrivere con il pennello. Cambia l’oggetto, non il percorso.
L’errore di oggi: saltare shu
Il problema del nostro tempo non è che la gente non arriva a ri. È che **quasi nessuno accetta *shu***.
Siamo abituati a personalizzare tutto subito. Il primo giorno vogliamo la nostra versione, la nostra scorciatoia, l’adattamento al nostro caso particolare. C’è un intero mercato costruito su questo: impara le basi in un weekend, poi trova il tuo stile.
Il risultato lo si vede benissimo in palestra e fuori: gente che ha rotto una forma che non aveva mai eseguito. Il che non è ha. È solo non sapere fare la cosa.
Shu chiede una qualità che oggi vale poco: la disponibilità a fare male una cosa a lungo, sotto gli occhi di qualcuno, senza spiegare che di solito sei bravo.
Perché lo trovi anche nel software
Se lavori nell’informatica probabilmente hai incontrato shu-ha-ri in tutt’altro contesto: è entrato nella cultura dei metodi agili di sviluppo, dove viene usato per spiegare come si adotta un metodo nuovo.
Il ragionamento è identico: prima applica il metodo com’è scritto anche se non ti convince, poi adattalo quando lo conosci, infine dimenticalo perché è diventato il tuo modo di lavorare. E il fallimento tipico è lo stesso: squadre che “personalizzano” il metodo al primo giorno, tenendo le parti comode e togliendo quelle scomode, che erano il metodo.
Chi ha portato la formula in quel mondo aveva capito una cosa: il problema non è tecnico, è di come gli adulti imparano.
La buona notizia
Shu-ha-ri non descrive tre gradini con un attestato ciascuno. Descrive come si impara qualsiasi cosa fatta sul serio: guidare, cucinare, suonare, insegnare, fare il proprio mestiere.
E dà anche un metro per capire dove sei, senza illudersi. Se stai ancora scegliendo cosa ti conviene fare, sei in shu e vuoi far finta di essere altrove. Se hai smesso di farti domande sulla forma perché la esegui benissimo, forse sei fermo. Se non ci pensi più e quello che fai è tuo, non hai bisogno di leggerlo in un articolo.
→ Dove praticare e come iniziare
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
