Sensei, sempai, kōhai: come funzionano i rapporti in Giappone

Al primo allenamento c’è sempre un momento imbarazzante. Devi rivolgerti a qualcuno e non sai come chiamarlo. Maestro? Sensei? Il nome e basta? E quello lì con la cintura nera che ti sta correggendo, ma che non è l’insegnante, chi è?

In Giappone questa incertezza non esiste, perché esiste un sistema. E il sistema non è una gerarchia militare, come sembra da fuori: è un modo di distribuire le responsabilità.

Sensei: chi è nato prima

先生: sen significa “prima”, sei significa “nascere, vita”. Alla lettera: chi è nato prima, chi è arrivato prima di te.

Non vuol dire maestro. Non vuol dire esperto. Vuol dire che quella persona ha percorso quel pezzo di strada prima di te, e quindi può dirti cosa c’è dopo la curva.

In Giappone sensei si usa molto più che nelle arti marziali: si chiamano così i medici, gli avvocati, i professori, i politici, i disegnatori di manga. Chiunque abbia una competenza che gli altri riconoscono.

La regola che quasi tutti gli occidentali sbagliano: sensei non si usa mai per sé stessi. Non si dice “io sono sensei”. È un titolo che gli altri ti danno, e che tu non prendi. Si usa attaccato al cognome (Yoshigasaki-sensei) oppure da solo quando ci si rivolge direttamente alla persona.

Se un insegnante si presenta chiamandosi sensei da solo, in Giappone farebbe un effetto strano.

Sempai e kōhai: chi è arrivato prima e chi dopo

先輩 (sempai, spesso scritto anche senpai) è chi è entrato prima di te. 後輩 (kōhai) è chi è entrato dopo.

Attenzione a cosa non significa. Non significa il più bravo. Non significa il più anziano di età. Non significa quello col grado più alto, che è tutta un’altra scala. Significa solo, letteralmente, chi è arrivato prima.

Un ragazzo di vent’anni che pratica da cinque è sempai di un signore di cinquanta che ha iniziato a settembre. Non è una questione di rispetto per l’età: è una questione di ordine di arrivo.

Questa cosa in Giappone struttura mezza società. Vale a scuola, nei club sportivi studenteschi, nelle aziende. Chi è entrato nella stessa azienda un anno prima di te resta tuo sempai per sempre, anche se poi fai carriera più in fretta.

La parte che nessuno racconta: gli obblighi vanno in due direzioni

Da fuori sembra un sistema in cui il più anziano comanda e il più giovane obbedisce. È esattamente il contrario del punto.

Il kōhai deve rispetto. Questo si vede: ascolta, non discute, fa quello che gli viene indicato, arriva prima e va via dopo.

Il sempai deve responsabilità. E questo non si vede, ma pesa di più. Il sempai è tenuto a occuparsi del kōhai: insegnargli, coprirlo quando sbaglia, accorgersi se è in difficoltà. In Giappone, se un nuovo arrivato combina un guaio, la domanda che si fanno tutti non è “chi è quello?” ma “chi era il suo sempai?”.

Non è un privilegio. È un carico. E chi diventa sempai lo scopre quel giorno lì.

Cosa vuol dire dentro un dojo

Nella pratica quotidiana significa una cosa molto concreta: dentro un dojo non impari solo dal maestro.

Il maestro mostra la tecnica per tutti, poi ci si divide a coppie. E lì, per un’ora, chi ti corregge davvero è il tuo compagno più esperto. Non ti spiega a parole: te lo fa sentire. Ti prende il polso in un modo e capisci; ti si lascia proiettare e capisci l’errore.

È il motivo per cui in un dojo si vede spesso una cosa che stupisce chi viene da altri sport: il praticante avanzato che passa la lezione con il principiante, apparentemente perdendo il proprio allenamento. Non lo sta perdendo. Sta facendo l’altra metà del proprio lavoro e, praticamente, sta imparando la tecnica una seconda volta, che è la sola maniera di capirla davvero.

Come regolarsi in un dojo italiano

Il sistema arriva da un’altra cultura e va usato con misura. Qualche indicazione pratica.

All’insegnante ci si rivolge con “sensei”, oppure con “maestro”, a seconda dell’abitudine di quel dojo. Nel dubbio, guarda cosa fanno gli altri per una settimana: è il metodo migliore.

Tra praticanti si usano i nomi. Chiamare qualcuno “sempai” in italiano suona artificioso. La sostanza del rapporto resta anche senza la parola.

Se sei nuovo: arriva un po’ prima, dai una mano a preparare, ringrazia chi ha praticato con te. Non serve altro, e il resto lo impari guardando: l’etichetta del dojo si assorbe più che studiarla.

Se sei più avanti: pratica con i nuovi arrivati, soprattutto quando ti va meno. È esattamente quello il momento in cui il ruolo esiste.

Perché un sistema del genere sopravvive

Perché risolve un problema che tutti i gruppi hanno: come si trasmette quello che non sta nei manuali.

Un maestro, per quanto bravo, ha un numero di ore limitate e una sola coppia di mani. Se il sapere passa solo da lui, il gruppo cresce quanto cresce lui e si ferma lì. Se invece ogni persona ha il compito di occuparsi di chi è arrivato dopo, la trasmissione si moltiplica da sola.

È lo stesso motivo per cui la parola dojo è finita nelle aziende tecnologiche. E, guarda caso, insieme alla parola è finito anche il resto: chi ha esperienza affianca chi non ne ha, e lo fa mentre lavora, non in aula.

Il Giappone questo sistema lo ha formalizzato secoli fa, e gli ha dato dei nomi.

→ Dove praticare e come iniziare


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.