“Mantieni il punto” è probabilmente la frase che un principiante sente ripetere più spesso nelle prime lezioni di Ki Aikido. Ed è anche la più difficile da capire subito, perché non descrive una postura che si vede da fuori: descrive dove sta l’attenzione, e quello non si vede.
Il punto unico, in giapponese seika no itten (letteralmente “il punto sotto l’ombelico”), è il primo dei quattro princìpi dell’unificazione di mente e corpo su cui si costruisce tutta la pratica del Ki Aikido. Non è un concetto esclusivo di questa scuola: quasi tutte le arti marziali giapponesi parlano di un centro nel ventre, che spesso chiamano semplicemente hara, ma il Ki Aikido lo mette al primo posto e lo allena in modo esplicito, non lo lascia intuire con gli anni.
Cosa non è
Prima di dire cos’è, conviene togliere di mezzo un equivoco frequente: il punto unico non è un muscolo da contrarre, e non è nemmeno un punto anatomico che si possa indicare su una radiografia. È più utile pensarlo come un riferimento mentale: il posto verso cui riporti l’attenzione quando il corpo o la mente iniziano a irrigidirsi.
Chi si concentra sulle spalle, o sulla presa dell’avversario, o sul risultato della tecnica, sposta il peso dell’attenzione verso l’alto e verso l’esterno: è lì che nasce la tensione. Chi tiene l’attenzione bassa, sul punto, resta stabile anche mentre il corpo si muove.
All’Aikido, per come lo intende questa scuola, il punto unico arriva da fuori: Koichi Tohei lo portò dentro la pratica a partire da quello che aveva imparato da Nakamura Tempu, un maestro che insegnava a coordinare mente e corpo fuori dal contesto marziale. È la ragione per cui qui viene allenato metodicamente fin dal primo giorno, invece di essere lasciato arrivare da sé dopo molti anni di tecniche.
Come si verifica, in due
Nel Ki Aikido questo non resta un’idea astratta: si verifica. È il senso dei Test di Ki, di cui il più noto è il braccio impiegabile: quando la mente resta sul punto e il corpo è rilassato, diventa molto difficile piegare un braccio disteso; quando l’attenzione sale, alla spalla o al pensiero di “resistere”, lo stesso braccio cede con poco sforzo.
La stessa cosa succede in piedi: nella prova del peso sotto, chi pensa al punto diventa difficile da sollevare; chi si irrigidisce per “tenere duro” viene sollevato con facilità. Non è un trucco, ed è il motivo per cui in questa scuola non si chiede di crederci: si chiede di provarlo.
Come provarlo da soli
Non serve un dojo per fare una prima prova. In piedi, a gambe leggermente divaricate, si lascia scendere il peso delle spalle senza spingerle giù con la forza: si lasciano cadere, come quando finalmente ci si siede dopo una giornata in piedi. Poi si porta l’attenzione a un punto immaginario un paio di centimetri sotto l’ombelico, dentro il corpo, e ci si lascia respirare senza controllare il respiro.
Chi prova questo esercizio nota quasi sempre la stessa cosa: le ginocchia si ammorbidiscono leggermente, i piedi sembrano più aderenti al pavimento, e la testa smette di essere il punto più “pesante” del corpo. Non è ancora la stabilità che si vede in un praticante esperto, ma è la stessa direzione: verso il basso, non verso l’alto.
Il punto unico nella tecnica e nella caduta
Durante una tecnica, mantenere il punto è quello che permette di restare stabili mentre ci si muove, anche quando qualcuno spinge o afferra. Un praticante che perde il punto si irrigidisce, e un corpo irrigidito si sposta tutto insieme, in blocco: basta poco per fargli perdere l’equilibrio.
Vale anche al contrario, nell’ukemi, la caduta controllata: chi mantiene il punto mentre cade distribuisce l’impatto su tutto il corpo invece di incassarlo con le spalle o con la schiena. È lo stesso principio, applicato a due situazioni diverse: restare in piedi e restare morbidi mentre si va a terra.
Non è una posizione, è un’abitudine che si allena
Il punto unico non si “trova” una volta per sempre in una lezione illuminante: si perde e si ritrova decine di volte in ogni singola pratica, ed è normale che sia così. All’inizio lo si perde appena qualcuno si avvicina; con gli anni lo si perde più raramente, e lo si ritrova più in fretta.
Per questo, quando un maestro corregge dicendo “torna al punto”, non sta descrivendo un errore tecnico isolato: sta indicando la causa più comune di quasi tutti gli errori che si vedono sul tatami, dalla tecnica che non funziona alla caduta che fa male. È anche il motivo per cui il progresso, in questo, si misura raramente lezione per lezione: si misura su mesi, guardando quanto in fretta si torna al punto dopo averlo perso.
Punto o linee: due modi di cercarlo
Dentro il mondo del Ki Aikido non tutti lavorano su questo allo stesso modo, ed è onesto dirlo. Nella linea che fa capo oggi a Shinichi Tohei, figlio di Koichi Tohei e alla guida del Ki no Kenkyukai, il punto unico resta il riferimento centrale della pratica, così come lo era per suo padre.
Chi ha continuato a seguire Kenjiro Yoshigasaki, soprattutto negli ultimi vent’anni della sua vita (è scomparso nel 2021), ha visto questo concetto restare presente ma diventare in parte secondario: Yoshigasaki dava sempre più spazio alla percezione delle linee che attraversano il corpo, cercando la stabilità partendo da una direzione più che da un punto fermo. Non è una visione che esclude l’altra: è una ricerca diversa sullo stesso terreno, ed è uno dei motivi per cui, incontrando praticanti di Ki Aikido formati in scuole diverse, capita di sentire usare parole leggermente diverse per lavorare sulla stessa cosa.
Domande frequenti
Il punto unico è la stessa cosa dell’hara?
Sono strettamente collegati. Hara è il termine generico giapponese per il ventre, usato in molte discipline; seika no itten, il punto unico, è più specifico e indica il riferimento mentale su cui il Ki Aikido costruisce postura ed equilibrio. Nella pratica quotidiana i due termini si sovrappongono spesso.
Serve un fisico allenato per sentire il punto unico?
No. È una questione di attenzione, non di forza o di flessibilità: si allena tenendo l’attenzione bassa invece che alta, un’abitudine mentale prima ancora che fisica, e per questo si può iniziare a qualunque età e condizione fisica.
Chi scrive questi articoli?
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina dal 1986, nella stessa palestra a Thiene, in provincia di Vicenza. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.