Su Morihei Ueshiba, in italiano, si trova molto. Il problema è che è sempre lo stesso testo: nato nel 1883, ha studiato queste arti marziali, ha fondato l’Aikido, morto nel 1969. Un elenco di date che si ferma esattamente nel punto in cui la storia diventa interessante, cioè quando lui muore e ci si accorge che aveva lasciato dietro di sé decine di allievi e nessuna istruzione chiara su chi dovesse continuare.
Questo articolo racconta l’uomo, e poi racconta quel punto lì.
Il bambino che guardava suo padre prendere le botte
Nasce il 14 dicembre 1883 a Tanabe, nella prefettura di Wakayama. Quarto di cinque figli e unico maschio, in una famiglia di agricoltori benestanti. Il padre, Yoroku, fa politica locale.
E siccome fa politica locale, ogni tanto qualcuno lo aspetta per strada. Il figlio lo vede. È da lì, non da una vocazione spirituale, che nasce tutto: un bambino che decide di diventare forte perché suo padre viene picchiato e lui non può farci niente.
Vale la pena tenerlo a mente quando si legge del vecchio maestro che parla di amore e di armonia. Non è partito da lì. Ci è arrivato.
Troppo basso per fare il soldato
Nel 1903 si presenta alla leva e viene scartato: troppo basso per il metro dell’esercito.
Un altro avrebbe incassato. Lui passa mesi appeso ai rami degli alberi a farsi allungare la schiena, si ripresenta e viene preso. Combatte in prima linea nella guerra contro la Russia e ne esce sergente.
È il primo episodio di una costante che dura tutta la vita: quando c’è un ostacolo fisico, lui non lo aggira, lo attraversa allenandosi.
Trent’anni a cercare un maestro
Prima di fondare qualcosa, Ueshiba passa quasi trent’anni a fare l’allievo. Kitō-ryū a Tokyo, Tenjin Shin’yō-ryū, poi il Gotō-ha Yagyū-ryū con Masakatsu Nakai, dove nel 1908 arriva al menkyo kaiden, il diploma che certifica la trasmissione completa. Judo a Tanabe nel 1911. Se ti sei perso in questi nomi, la mappa delle arti marziali giapponesi li mette in ordine.
Nel frattempo fa il colono. Nel 1912 guida ottantacinque persone in Hokkaidō, all’estremo nord, a fondare un villaggio dal niente. Ci resta otto anni. Nel 1917 il villaggio brucia quasi tutto e lui viene eletto nel consiglio per ricostruirlo.
Il fondatore dell’Aikido, a trent’anni, era un capo villaggio che disboscava terra gelata. Non è un dettaglio di colore: è il motivo per cui il suo Aikido non ha niente dell’esercizio di palestra.
L’incontro nella locanda
Marzo 1915, locanda di Engaru. Ueshiba incontra Sōkaku Takeda, maestro del Daitō-ryū aiki-jūjutsu, e la sua vita cambia direzione.
Si mette a studiare con un’intensità che oggi sembra follia: gli costruisce un dojo in casa propria e se lo tiene come ospite fisso. Nel 1922 Takeda gli consegna il kyōju dairi, la licenza di insegnare il Daitō-ryū.
Questo è il punto tecnico da cui viene tutto quello che facciamo sul tatami. Le forme dell’Aikido non sono nate dal nulla: sono Daitō-ryū trasformato. Non lo dice quasi nessuno perché rovina un po’ la leggenda, ma è la verità documentata, e sapere da dove viene una cosa non la sminuisce.
I due si vedono per l’ultima volta intorno al 1935. Ueshiba se ne va di notte dalla locanda dove alloggiavano e non lo cerca più.
La deviazione che nessuno si aspetta
Nel 1919 muore suo padre. Ueshiba sta tornando a casa e si ferma ad Ayabe, in un posto che non c’entra niente con le arti marziali: la sede dell’Ōmoto-kyō, un movimento religioso guidato da Onisaburō Deguchi.
Non riparte più. Diventa istruttore di arti marziali della comunità, assistente esecutivo di Deguchi, capo dell’organizzazione giovanile e responsabile della squadra antincendio volontaria.
Nel 1924 segue Deguchi in Mongolia, in una spedizione con l’idea di fondare là un regno di pace. Finisce come poteva finire: arrestati dalle autorità cinesi a Tongliao, consegnati al console giapponese, rimpatriati sotto scorta.
Nel 1925 racconta di aver avuto l’esperienza che gli ha cambiato la pratica. Con parole sue: uno spirito dorato salì dal terreno, gli avvolse il corpo e glielo trasformò in oro. Da quel momento, dicono gli allievi che lo videro prima e dopo, la sua tecnica diventò più morbida e cominciò a parlare di ki invece che di forza.
Puoi credere alla visione o non crederci. Il fatto storico è che da quel giorno il suo modo di praticare cambia, e cambia in una direzione precisa.
1942: mentre il mondo brucia, lui lo chiama Aikido
Fino agli anni Trenta la sua arte non ha un nome stabile: Daitō-ryū aiki-jūjutsu, poi Ueshiba-ryū, poi aiki budō.
Il nome aikido diventa ufficiale nel 1942, quando il suo gruppo entra nella grande federazione marziale giapponese. Il 1942 è l’anno peggiore possibile: il Giappone è dentro la guerra mondiale fino al collo, e le arti marziali servono a fare soldati.
E in quell’anno lì Ueshiba lascia Tokyo, si ritira in campagna a Iwama, costruisce un dojo e un santuario, e dice che la via del guerriero è l’arte della pace.
Non è un dettaglio biografico. È il cuore di tutta la faccenda, ed è anche la ragione per cui budō non si traduce con “arte marziale”. Un uomo che aveva insegnato all’Accademia navale e all’Accademia militare, nel mezzo della guerra, si sposta in campagna a coltivare la terra e riscrive il senso di quello che aveva insegnato.
Molti allievi, molte scuole
Ueshiba insegna per cinquant’anni, e gli allievi forti se ne vanno a fondare la propria scuola. Non è tradimento: è come funzionavano le arti marziali giapponesi.
Kenji Tomiki costruisce un Aikido con la competizione, cosa che il maestro non aveva mai voluto. Gozo Shioda fonda lo Yoshinkan, duro e vicino all’Aikido prebellico. Minoru Mochizuki mette insieme lo Yoseikan mescolando judo e karate. Noriaki Inoue, che è suo nipote, se ne va per la sua strada. Morihiro Saito resta a Iwama e custodisce il lavoro sulle armi.
Ognuno ha preso una parte di quei cinquant’anni e l’ha portata avanti come se fosse il tutto. È per questo che oggi la parola “Aikido” indica cose che sul tatami non si somigliano affatto, e capire questo spiega metà delle discussioni che si sentono in giro.
Uno solo ha avuto il decimo dan
Qui arriviamo al punto che la voce italiana di Wikipedia non nomina nemmeno.
Fra tutti quegli allievi, uno solo ha ricevuto il decimo dan: Koichi Tohei. Ueshiba glielo offre poco prima di morire, nel 1969, e Tohei prima rifiuta perché non vuole il clamore. Accetta quando il maestro glielo chiede di nuovo. L’anno dopo l’Aikikai lo registra ufficialmente: certificato numero uno, l’unico decimo dan riconosciuto nella storia dell’organizzazione.
Va detto per correttezza, perché in giro si legge il contrario: Michio Hikitsuchi ricevette a sua volta un decimo dan dalle mani di Ueshiba, il 10 gennaio 1969, ma quel grado non fu mai registrato dall’Aikikai. Il decimo dan ufficiale, con un certificato che esiste, è uno solo.
E non era solo un grado. Tohei era capo istruttore dell’Hombu Dojo, il dojo centrale di Tokyo: la posizione tecnica più alta della scuola, quella di chi decide come si insegna.
La successione familiare invece andò al figlio, Kisshōmaru, che divenne Doshu e tenne l’organizzazione fino al 1999. Le due cose si separarono: il nome e la casa al figlio, la direzione tecnica e l’unico decimo dan all’allievo.
Cosa Tohei abbia fatto poi di quella eredità, e perché nel 1974 se ne andò, sta tutto nel suo articolo.
L’ultima lezione
Ueshiba insegna fino al 10 marzo 1969. Muore il 26 aprile, di cancro al fegato, a ottantacinque anni.
Negli ultimi anni lo Stato che se lo era portato nelle accademie militari lo aveva decorato tre volte, l’ultima nel 1968. Ma l’immagine che resta di lui non è quella delle onorificenze: è un vecchio piccolo e leggero che sposta uomini molto più grossi senza sembrare che faccia niente.
Perché questo riguarda te
Se pratichi Ki Aikido, la catena è corta e si conta sulle dita: Ueshiba insegna a Tohei, Tohei fonda la propria scuola e insegna a Kenjiro Yoshigasaki, Yoshigasaki porta il Ki Aikido in Europa. Tre nomi fra il fondatore e il tuo dojo.
E se ti sei mai chiesto perché il Ki Aikido è diverso dall’Aikido, la risposta comincia qui: da un uomo che ha lasciato cinquant’anni di insegnamento e nessuna istruzione su come tenerli insieme.
→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.