Miyamoto Musashi e il Libro dei Cinque Anelli

Lo citano gli allenatori, i venditori, i manuali di management e almeno un profilo social su tre di quelli che parlano di disciplina. Miyamoto Musashi è probabilmente il giapponese più citato d’Occidente dopo l’imperatore, e quasi sempre da gente che il suo libro non l’ha aperto.

Vale la pena aprirlo, perché è un testo strano, scomodo e molto meno rassicurante di come viene venduto.

Chi era, per quel poco che è documentato

Nasce intorno al 1583 e muore il 13 giugno 1645. Fu spadaccino, stratega, pittore e scrittore, e fondò una scuola di scherma basata sull’uso di due spade insieme, la lunga e la corta, il Niten Ichi-ryū. In Giappone lo chiamano kensei, il santo della spada.

La fama poggia soprattutto su una cosa: i suoi duelli, che dichiara di aver vinto tutti. Il numero che gira è una sessantina, e conviene sapere da dove viene: lo scrive lui, nel suo libro, dicendo di aver combattuto più di sessanta duelli prima dei ventinove anni. Non è un registro tenuto da terzi, è la sua testimonianza. Non vuol dire che menta, ma vuol dire che il dato non è verificabile come lo sarebbe un documento.

Il resto della biografia è quasi tutto così: poco documento e molta tradizione. Il che è normale per un guerriero girovago del Seicento, e diventa un problema solo quando i dettagli leggendari vengono raccontati come fatti.

Il duello più famoso, e perché va preso con le pinze

Quello con Sasaki Kojirō, sull’isola di Ganryūjima, è la scena che tutti conoscono: Musashi arriva in ritardo di proposito per innervosire l’avversario, e lo abbatte con un bokken che si è ricavato da un remo durante la traversata in barca.

È un racconto magnifico. È anche un racconto che ci arriva attraverso fonti molto posteriori e molto letterarie, arricchito nei secoli e poi consacrato nel Novecento dal romanzo di Eiji Yoshikawa, che è un romanzo e non una biografia. Della sostanza del duello si può ragionevolmente parlare; dei dettagli, meno.

È lo stesso meccanismo che abbiamo visto con il bushidō: una tradizione che si consolida molto dopo i fatti, e che poi viene raccontata come se fosse cronaca.

Dove e quando scrisse il libro

Questa parte invece è nota, ed è la più impressionante.

Nel 1643, a circa sessant’anni e già malato, Musashi si ritira in una grotta chiamata Reigandō, nella provincia di Higo, e comincia a scrivere. Finisce il Go Rin no Sho, il Libro dei Cinque Anelli, nel secondo mese del 1645. Muore poche settimane dopo, nella stessa grotta.

Non è quindi il manuale di un campione all’apice: è il bilancio di un uomo che sa di stare morendo e mette per iscritto quello che ha capito, mentre il mondo dei duelli a cui era appartenuto stava già finendo.

Cosa c’è dentro, anello per anello

I cinque “anelli” sono i cinque elementi della tradizione buddhista, e ognuno dà il titolo a una parte.

Terra. Le fondamenta: cos’è la sua scuola, perché due spade, e soprattutto il paragone che ripete in tutto il libro, quello con il mestiere del carpentiere. La strategia si impara come si impara un mestiere artigiano: conoscendo gli strumenti, il legno, e il lavoro degli altri.

Acqua. La parte più tecnica: postura, sguardo, impugnatura, le guardie, i modi di colpire. È qui che si capisce che Musashi non sta facendo filosofia, sta insegnando a combattere.

Fuoco. Il combattimento vero, e per estensione la battaglia fra eserciti. Come si prende l’iniziativa, come si legge l’avversario, come si cambia ritmo per spezzargli il tempo. È la parte che i manuali di management saccheggiano di più.

Vento. La critica alle altre scuole. Musashi passa in rassegna chi usa spade troppo lunghe, chi troppo corte, chi si specializza in una sola guardia, e spiega perché secondo lui sbagliano. Nel Seicento era polemica di mestiere; oggi è la parte che dice di più su di lui.

Vuoto. Poche pagine, ed è quella che tutti citano e quasi nessuno legge. Non è misticismo: è quello che resta quando la tecnica è stata assorbita al punto da non doverci più pensare. Chi la cita come “il segreto del guerriero” di solito non ha letto le quattro parti di fatica tecnica che vengono prima.

Il testo che scrisse una settimana prima di morire

Meno noto ma più duro è il Dokkōdō, “la via da percorrere da soli”: ventun precetti scritti pochi giorni prima della morte e lasciati a un allievo.

Non somigliano per niente alla saggezza da calendario che si attribuisce ai samurai. Sono rinunce, una dopo l’altra: non cercare il piacere per sé stesso, non avere preferenze, non desiderare beni, non rimpiangere quello che si è fatto, non provare gelosia, non attaccarsi a nulla, nemmeno a una casa. Letto tutto insieme è il ritratto di un uomo che ha pagato un prezzo altissimo, e che alla fine lo mette in fila senza lamentarsi e senza consolare nessuno.

Se vuoi capire Musashi, quelle due pagine dicono più dell’intero Libro dei Cinque Anelli.

Musashi e l’Aikido: la distanza va detta

Qui arriva la parte che, in un sito di Ki Aikido, sarebbe comodo saltare.

Il mondo di Musashi è esattamente quello da cui l’Aikido si è allontanato. Musashi insegna a vincere: a prendere l’iniziativa, a rompere il ritmo dell’altro, a ucciderlo prima che uccida te. L’Aikido nasce tre secoli dopo, in un Giappone senza duelli, e parte dal presupposto opposto: non c’è nessuno da battere, e la tecnica serve a risolvere l’aggressione, non a prevalere.

Chi prende il Libro dei Cinque Anelli e lo usa per dare un tono marziale all’Aikido sta mescolando due cose che non si mescolano.

Detto questo, un ponte c’è, ed è tecnico più che filosofico. Molti movimenti dell’Aikido vengono dalla spada, e chi pratica con il bokken riconosce in quelle pagine cose familiari: la distanza, la linea, il momento in cui si entra. E c’è un secondo ponte, quello del modo di imparare: la progressione che Musashi descrive, dalla forma ripetuta fino al gesto che non ha più bisogno di pensiero, è la stessa cosa che i giapponesi chiamano shu-ha-ri.

Come leggerlo oggi senza prendere fregature

Tre avvertenze pratiche.

È un manuale tecnico, non un libro di aforismi. Buona parte parla di come tenere una spada. Chi lo compra aspettandosi filosofia resta deluso a pagina venti, e di solito salta direttamente al Vuoto, che è il modo peggiore di leggerlo.

Diffida delle edizioni “applicate agli affari”. Musashi ha scritto per gente che rischiava la vita il giorno dopo, non per chi deve chiudere un trimestre. Le versioni che traducono ogni paragrafo in una lezione di management aggiungono un livello che nel testo non c’è.

Guarda anche i suoi quadri. Musashi fu un pittore a inchiostro di livello riconosciuto, e le sue opere si possono vedere ancora oggi. Poche pennellate, nessuna correzione possibile, il gesto che riesce o non riesce. Per capire cosa intendesse con quella parola, il Vuoto, un suo dipinto è più eloquente di dieci commenti.

→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia

Domande frequenti

Chi era Miyamoto Musashi?

Uno spadaccino, stratega e pittore giapponese vissuto fra il 1583 circa e il 1645. Fondò la scuola Niten Ichi-ryū, basata sull’uso simultaneo di due spade, e dichiarò di aver vinto oltre sessanta duelli. È ricordato come kensei, santo della spada, ed è l’autore del Libro dei Cinque Anelli.

Cos’è il Libro dei Cinque Anelli?

È il trattato di scherma e strategia che Musashi scrisse fra il 1643 e il 1645, ritirato nella grotta di Reigandō e ormai malato, completandolo poche settimane prima di morire. È diviso in cinque parti che prendono il nome dagli elementi: Terra, Acqua, Fuoco, Vento e Vuoto.

Musashi ha davvero vinto tutti i suoi duelli?

È quello che afferma lui stesso nel libro, dove parla di più di sessanta duelli vinti prima dei ventinove anni. Non esiste però un registro indipendente che lo confermi: gran parte della sua biografia ci arriva da fonti posteriori e da rielaborazioni letterarie, compreso il celebre duello con Sasaki Kojirō.

Che rapporto c’è fra Musashi e l’Aikido?

Molto meno di quanto si creda. Musashi insegna a vincere un combattimento, mentre l’Aikido nasce tre secoli dopo con il presupposto opposto, cioè che non ci sia nessuno da battere. I punti di contatto sono tecnici, perché molti movimenti dell’Aikido derivano dalla spada, e riguardano il modo di imparare, non la finalità.

Chi scrive questi articoli?

Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina dal 1986, nella stessa palestra a Thiene, in provincia di Vicenza. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.