Se pratichi Ki Aikido, ogni cosa che fai sul tatami passa da quest’uomo. I 4 princìpi che senti ripetere a ogni lezione li ha fissati lui. I Test di Ki li ha inventati lui. Il nome stesso della scuola è suo.
Eppure in italiano, su Koichi Tohei, si trova pochissimo. E quel poco è quasi sempre una lista di date, spesso sbagliate.
Il ragazzo che il padre mandò a judo
Nasce a Tokyo il 20 gennaio 1920, nel quartiere di Shitaya, e cresce nella prefettura di Tochigi. Da bambino è gracile e si ammala spesso, tanto che il padre lo manda a fare judo per irrobustirlo.
Funziona: cintura nera a quindici anni.
Il colpo al petto
A sedici anni, durante un allenamento di judo, prende un colpo violento in pieno petto. Ne esce con una pleurite e il medico lo manda a letto: un anno intero fuori dagli studi al corso preparatorio della Keio.
Un anno a letto, a sedici anni, è tantissimo. È lì che la storia gira, e non nel modo che ci si aspetta. Invece di limitarsi a guarire, va a cercare due strade che con la medicina non c’entrano niente: studia Zen con Josei Ohta al tempio Daitokuji di Kyoto, e la respirazione del misogi con Tetsuju Ogura all’Ichikukai di Tokyo, di cui aveva letto i libri.
Ne esce guarito, e convinto di sapere perché.
Vale la pena fermarsi un secondo, perché spiega tutto quello che viene dopo: l’uomo che ha costruito un metodo sul rilassamento e sulla postura è partito da un corpo che non funzionava. Non è una teoria elaborata a tavolino. È una cosa che gli è servita per stare in piedi.
1940: entra nel dojo di Ueshiba
Ha diciannove anni quando il suo insegnante di judo, Shohei Mori, lo presenta a Morihei Ueshiba. Entra nel dojo privato del fondatore, a Shinjuku, e non ne esce più.
Un dettaglio dice tutto sul livello a cui arrivò subito: dopo sei mesi il fondatore lo mandava già a insegnare al posto suo. Nel frattempo si laurea in economia alla Keio, nel 1942.
La guerra
Nel febbraio 1944 parte come sottotenente per il fronte della Cina centrale, con ottanta uomini sotto di sé.
Di quel periodo raccontava una cosa sola, e sempre la stessa: che in combattimento aveva verificato sul serio quello che aveva imparato in tempo di pace. Non come tecnica, come stato mentale. È in Cina che comincia a lavorare sull’idea di trasmettere il ki attraverso le dita, che quarant’anni dopo diventerà il kiatsu.
Torna in Giappone solo nel 1946, con il rimpatrio.
L’altro maestro, quello che quasi nessuno cita
Riprende ad allenarsi con Ueshiba a Iwama. Ma alla fine degli anni Quaranta comincia anche a studiare con un uomo che di arti marziali non si occupava affatto, e qui c’è il punto che spiega perché il Ki Aikido è diverso dall’Aikido.
Tempu Nakamura (1876-1968) è il fondatore dello shin shin toitsu do, quello che in Occidente viene chiamato yoga giapponese. Era stato malato di tubercolosi, aveva girato il mondo cercando una cura, e dopo aver incontrato in Egitto un maestro chiamato Kaliapa lo aveva seguito in Nepal, ai piedi dell’Himalaya, dove era guarito. Il suo metodo discende dallo yoga, mescolato con la medicina occidentale e con la sua formazione giapponese.
Da lì viene l’idea che la coordinazione di mente e corpo si possa insegnare a parte, con esercizi propri, invece di sperare che arrivi da sola dopo vent’anni di tecnica.
Questo spiega anche una cosa che ho scritto nell’articolo su Zen e arti marziali: il Ki Aikido viene spesso raccontato come “zen in movimento”, e non è esatto. Le radici del metodo sono almeno tanto indiane quanto giapponesi, e passano da Nakamura più che dallo Zen.
Hawaii, 1953: l’Aikido esce dal Giappone
Nel febbraio 1953 si imbarca per le Hawaii. È la prima volta che il fondatore permette a qualcuno di insegnare Aikido fuori dal Giappone, e la persona che sceglie è lui.
Là trova allievi dove può: praticanti di judo e karate, gli unici capaci di prendere le cadute. Torna nel 1955 e nel 1959 a consolidare quello che ha costruito.
C’è un particolare che non si legge quasi mai e che vale la pena dire, perché ribalta l’immagine di un maestro spedito in missione: le donazioni degli allievi che aveva creato all’estero aiutarono a tenere in piedi l’Aikikai, che nel dopoguerra era in difficoltà economiche.
Fra il 1953 e il 1971 gira il mondo al punto che, fuori dal Giappone, Tohei diventa il volto più conosciuto dell’Aikido: più del fondatore stesso. Vale la pena dirlo chiaro, perché di solito si dà per scontato: se oggi puoi praticare Aikido in Italia, la catena parte da quel viaggio. Non da un’idea, da un uomo che ha preso una nave.
La scalata
I gradi raccontano la stessa storia. Riceve il quinto dan mentre è ancora sotto le armi. Nel 1952, a trentadue anni, Ueshiba gli dà l’ottavo dan e lo indica come il proprio allievo di punta. Nel 1956 diventa capo istruttore dell’Hombu Dojo, il dojo centrale di Tokyo: la posizione tecnica più alta della scuola, quella di chi decide come si insegna.
Il decimo dan, e la successione che non arrivò
Nel gennaio 1969 Ueshiba gli offre il decimo dan. Tohei aveva già rifiutato la stessa offerta in passato, perché non voleva il clamore; quella volta accetta, perché è il maestro a chiederglielo di nuovo. L’anno dopo l’Aikikai lo registra ufficialmente: certificato numero uno, l’unico decimo dan riconosciuto nella storia dell’organizzazione.
Va detto per precisione, perché in giro si legge spesso il contrario: anche Michio Hikitsuchi ricevette un decimo dan dalle mani di Ueshiba, il 10 gennaio 1969, ma quel grado non fu mai registrato dall’Aikikai. Il decimo dan con un certificato che esiste è uno solo.
Tre mesi dopo, ad aprile, Ueshiba muore. E qui succede la cosa che spiega tutto quello che verrà: il titolo di Doshu, cioè la guida della scuola, va al figlio Kisshōmaru. Il grado più alto e la direzione tecnica a un uomo, il nome e la casa a un altro. Nell’organizzazione si formano due correnti, e non è difficile capire perché.
La rottura del 1974
Nel settembre 1971 Tohei fonda la Ki no Kenkyukai, la società per lo studio del Ki: insegna i princìpi del Ki in modo indipendente dalla tecnica, dopo aver provato senza riuscirci a farli adottare agli altri istruttori dell’Hombu.
Il 1° maggio 1974 lascia l’Aikikai. Il 15 maggio manda una lettera a centinaia di responsabili di dojo in Giappone e nel mondo, in cui spiega perché. Lo stesso giorno nasce lo Shin Shin Toitsu Aikido, l’Aikido con mente e corpo coordinati.
È una separazione, e non ha senso raccontarla come una cosa serena: obbligò migliaia di praticanti a scegliere da che parte stare. Ma il nocciolo si può dire in due righe senza dare ragione a nessuno: per Tohei il Ki andava insegnato esplicitamente e per primo, con esercizi propri e prove verificabili; per l’Aikikai la stessa cosa era già dentro la pratica delle tecniche e non serviva estrarla.
Da quel momento esistono due mondi. Le differenze concrete tra i due modi di praticare nascono tutte da lì.
Cosa resta oggi, in una lezione qualsiasi
I 4 princìpi sono suoi: mantenere il punto, rilassarsi completamente, mantenere il peso sotto, inviare il Ki.
I Test di Ki sono suoi: prove fisiche in cui il risultato si vede subito, senza dover credere a niente. Il braccio impiegabile lo può provare chiunque in dieci secondi.
E nel 1980 mette a punto il kiatsu, il metodo di pressione con le dita nato da quello che aveva intuito in Cina quarant’anni prima.
Questa è la sua eredità vera, più delle date: ha reso il Ki una cosa che si verifica invece di una cosa in cui si crede.
Perché la sua idea era scomoda
Rendere il Ki misurabile ha un prezzo, e non è tecnico.
Finché il Ki resta misterioso, l’insegnante ha un’autorità che non deve dimostrare. Nel momento in cui diventa una prova che si fa in dieci secondi davanti a tutti, quell’autorità va guadagnata ogni volta. Il metodo di Tohei toglie la mistica, ma toglie anche una comoda posizione di riparo.
È il motivo per cui è stato criticato, ed è anche il motivo per cui vale.
Gli ultimi anni
Nel 1990 costruisce la sede della Ki Society a Haga, nella sua Tochigi: un dojo da cinquecentoventi tatami. Nel 2007 indica il figlio Shinichi come successore e smette di insegnare.
Muore il 19 maggio 2011, a novantuno anni. Al saluto, al tempio Tsukiji Honganji di Tokyo, si presentano milleduecento persone.
Aveva cominciato come un ragazzino gracile che il padre mandava a judo per irrobustirlo, e a sedici anni era a letto con la pleurite.
La catena fino al tuo dojo
Se pratichi Ki Aikido, fra te e Tohei c’è un nome solo. Kenjiro Yoshigasaki, suo allievo diretto, arriva dal Giappone nel 1978 come rappresentante di Tohei in Europa. È lui che ha portato qui quello che stai leggendo.
Il modo migliore per capire cosa ha lasciato Tohei, però, non è leggere una biografia: è entrare in un dojo e farsi fare un Test di Ki. In dieci secondi capisci cosa intendeva.
→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
