Nella stessa via, a volte, ci sono tre palestre: una fa judo, una karate, una aikido. Le locandine si somigliano, i prezzi pure, e chi deve decidere resta fermo sul marciapiede.
Judo karate aikido è una delle ricerche più frequenti di chi sta valutando di iniziare, e si capisce perché: oggi appartengono tutte e tre al mondo delle arti marziali giapponesi, e i nomi per esteso, jūdō, karate-dō e aikidō, finiscono tutti in dō, la Via.
Le radici però non coincidono. Judo e aikido nascono nel Giappone continentale; il karate nasce a Okinawa, che fino al 1879 non era Giappone ma il regno delle Ryukyu, e raggiunge le isole principali solo negli anni Venti del Novecento. Ed è solo l’inizio delle differenze: le tre non si distinguono per le tecniche, ma per cosa succede quando due persone si trovano una davanti all’altra.
Due precisazioni prima di cominciare, perché chi legge ha diritto di sapere da dove arriva chi scrive. La prima: pratico Ki Aikido dal 1980 e insegno dal 1986, quindi questo pezzo è scritto da lì. Ho cercato di essere onesto su cosa danno le altre due, e dove l’aikido non è la scelta giusta lo troverai scritto. La seconda riguarda il perimetro: qui si parla delle tre arti giapponesi. Il jiu jitsu brasiliano, che oggi finisce spesso nello stesso confronto, è un altro discorso: nasce da un ramo del judo ma si è sviluppato in Brasile per conto suo, quasi tutto a terra, e meriterebbe una pagina a sé.
Judo: chi afferra e proietta
Nasce nel 1882 dal lavoro di Jigoro Kano, che prese il ju jutsu delle scuole antiche e ne tolse le parti pericolose per farne una disciplina praticabile da tutti. È la più antica delle tre come forma moderna, ed è quella che ha avuto più successo: è sport olimpico dal 1964.
Si pratica afferrando il judogi del compagno. Si proietta, si porta a terra, e a terra si continua con immobilizzazioni, leve e strangolamenti. Il randori, il combattimento libero, è al centro della pratica fin dai primi mesi.
È un’attività intensa, con contatto pieno e sforzo fisico vero. Chi cerca l’agonismo lo trova subito: le gare ci sono a tutti i livelli, dai ragazzini ai master.
Karate: chi colpisce
Nato a Okinawa dall’incontro fra tecniche locali e arti cinesi, il karate viene portato nelle isole principali del Giappone negli anni Venti del Novecento, soprattutto da Funakoshi Gichin, e lì prende la forma che conosciamo. È l’arte della percussione: pugni, calci, parate, colpi portati con precisione.
Quanto contatto ci sia dipende dallo stile, e la differenza è enorme. Negli stili sportivi più diffusi, come lo Shōtōkan, il colpo è controllato e si arresta prima di arrivare a segno. Nel Kyokushin e negli stili full contact succede l’opposto: i colpi al corpo arrivano davvero, senza protezioni, e l’incontro finisce quando uno dei due non regge più. Chiunque dica “il karate è quello che si ferma un centimetro prima” sta descrivendo una parte del karate, non il karate.
La pratica si divide comunque in due binari. I kata, forme codificate che si eseguono da soli, e il kumite, il confronto a coppie, che va dal gesto convenzionale al combattimento pieno a seconda della scuola. Gli stili principali sono Shōtōkan, Gōjū-ryū, Shitō-ryū, Wadō-ryū, oltre al già citato Kyokushin.
Anche qui l’agonismo esiste ed è strutturato: il karate è stato sport olimpico a Tokyo nel 2020, anche se poi non è stato confermato per Parigi.
Aikido: chi lavora sull’attacco dell’altro
L’aikido nasce nella prima metà del Novecento dal lavoro di Morihei Ueshiba, e parte da un presupposto diverso dalle altre due: non si costruisce un attacco proprio da portare a segno. Attaccare, invece, si attacca eccome: in una lezione si danno colpi e prese, e chi le dà molli non sta aiutando nessuno, perché una tecnica su un attacco finto non insegna niente. La differenza è nel punto di partenza: si prende l’attacco dell’altro, si entra nel suo movimento e lo si porta a conclusione con proiezioni e leve articolari, senza opporre forza a forza.
La differenza più concreta è questa: non ci sono gare. Salvo un’unica scuola minoritaria, l’aikido non ha competizioni né campionati, a nessun livello. Non è una scelta organizzativa: è che l’idea stessa di stabilire chi vince contraddice quello che l’arte insegna.
Dentro l’aikido esistono poi scuole diverse, e il Ki Aikido si distingue dalle altre perché insegna esplicitamente la coordinazione di mente e corpo, invece di lasciare che arrivi da sé con gli anni.
La domanda giusta non è “quale è più forte”
È la domanda che tutti si fanno per prima, ed è quella che porta fuori strada. In un confronto ipotetico contano molto più la persona, gli anni di pratica e la situazione, che non il nome dell’arte.
Dire questo però non basta, perché subito dopo ne arriva un’altra, legittima: se qualcuno mi afferra, o mi tira un pugno, cosa mi ha abituato a fare la mia pratica? Non serve una classifica per rispondere, serve una riga onesta per ciascuna.
Il judo ti abitua al contatto ravvicinato: alla presa, al corpo dell’altro addosso, e soprattutto a cadere sotto pressione senza spaventarti, che è la cosa che nella vita capita più spesso.
Il karate ti abitua al tempismo del colpo: valutare la distanza, scegliere il momento, chiudere o interrompere. Negli stili a contatto pieno aggiunge anche l’abitudine a incassare, che non è poco.
L’aikido ti abitua a ricevere e a uscire dalla linea dell’attacco invece di restarci dentro: non incontrare la forza frontalmente, spostarsi, restare in piedi mentre l’altro non lo è più.
Sono tre educazioni diverse del corpo, e nessuna delle tre è tutto. Chi pratica una delle altre due lo sa già, e lo riconosce: è il motivo per cui molti, dopo qualche anno, vanno a guardare cosa fanno gli altri.
Chiarito questo, la domanda utile diventa: cosa vuoi portarti a casa da due sere a settimana, per i prossimi anni?
Se ti interessa misurarti e competere, judo e karate ti danno un calendario di gare, una classifica e un obiettivo esterno. L’aikido, su questo, non ha niente da offrirti.
Se cerchi sforzo fisico e contatto pieno, il judo è il più diretto dei tre: si suda, si cade molto, e la fatica si sente il giorno dopo.
Se ti attirano la precisione del gesto e la disciplina formale, il karate ha una struttura molto chiara, con forme da perfezionare per anni e un percorso ben tracciato.
Se vuoi un’arte che non si basi sulla forza e che ti interessi anche fuori dal tatami, l’aikido lavora fin dal primo giorno su postura, rilassamento e attenzione, ed è praticabile a lungo anche quando il corpo non regge più gli urti.
Il corpo che hai adesso conta più di quello che avevi
È un criterio pratico che raramente si legge. Judo e karate chiedono, soprattutto all’inizio, una certa disponibilità all’impatto: cadute frequenti, contatto, scatti. Non sono impraticabili da adulti, tutt’altro, ma il primo anno si sente.
L’aikido chiede meno al motore e più all’attenzione, e per questo è l’arte fra le tre dove iniziare a cinquanta o sessant’anni è più ordinario che eccezionale.
Attenzione però a non ribaltarlo in un luogo comune: l’aikido non è l’arte dei tranquilli. Quanto si suda dipende molto meno dall’arte e molto più dal dojo e da chi lo guida: esistono palestre dove l’età media è alta e il ritmo pacato, ed esistono dojo con maestri giovani che portano avanti un aikido nettamente più fisico, con cadute alte e attacchi dati sul serio.
Per questo, se hai vent’anni e cerchi di sfogare energia, la domanda non è “aikido o judo”: è in quale dojo di aikido stai mettendo piede. Alcuni ti annoierebbero in un mese, altri ti metterebbero alla prova più di quanto immagini.
E se a praticare è un bambino?
È la situazione di buona parte di chi si fa questa domanda, e cambia i criteri. Tutte e tre le arti hanno corsi per bambini in molti dojo, e in tutti e tre i casi la lezione per i più piccoli non è la lezione degli adulti in versione ridotta: è un’altra cosa, fatta di giochi, percorsi, esercizi di equilibrio e coordinazione, con la tecnica dosata sull’età.
Judo e karate hanno il vantaggio di una struttura molto rodata: corsi per fasce d’età, gare riservate ai ragazzi, un percorso di gradi che dà obiettivi visibili e verificabili. Per un bambino che ha bisogno di misurarsi, e sono tanti, funzionano benissimo.
L’aikido sposta il riferimento. Non essendoci competizioni, il metro del progresso non è mai il risultato contro un altro bambino: resta il confronto con quello che sapeva fare lui sei mesi prima. Non significa che negli altri dojo chi non gareggia venga messo da parte, perché non è così, e nemmeno che in aikido non si faccia fatica. Significa che in aikido quel riferimento non esiste proprio, e questo cambia il clima della sala: non c’è nessuno che vince e nessuno che perde, quindi non c’è un posto in classifica da difendere.
Per certi bambini è la condizione che li fa sbocciare, perché toglie una pressione che altrove li blocca. Per altri è esattamente ciò che manca: se tuo figlio ha bisogno di una gara in calendario per impegnarsi, il judo gliela dà e l’aikido no, ed è meglio saperlo prima.
Un elemento comune a tutte e tre, invece, è imparare a cadere: nel judo è centrale quanto nell’aikido, e alla loro età è una competenza che si portano ovunque, dal cortile alla bicicletta.
Molti dojo hanno inoltre corsi dedicati ai ragazzi, guidati spesso da maestri giovani, dove il movimento è più intenso e si chiede davvero di mettersi in gioco.
Il criterio per un genitore resta quello degli adulti, con una cosa in più: guarda come il maestro parla ai bambini. Dice più di qualunque disciplina scelta.
Quello che conta più dell’arte
Qui arriva la parte scomoda, e vale la pena dirla anche se va contro l’idea di questo articolo: la scelta fra le tre conta meno di due cose molto più banali.
La prima è chi insegna. Un ottimo maestro di un’arte che non avresti scelto vale più di uno mediocre dell’arte perfetta per te. Il tempo lo passi con lui, non con il nome della disciplina.
La seconda è la distanza da casa. Un dojo a dieci minuti lo frequenti per anni; uno a quaranta lo molli a novembre, qualunque cosa insegni.
Se vuoi vedere il quadro completo, ci sono anche le altre: la mappa delle arti marziali giapponesi le mette tutte in fila, da quelle con le armi al sumo.
Il modo più veloce per decidere
Vai a vedere tutte e tre: quasi ogni dojo lascia assistere a una lezione, e spesso lascia provare. Nessun articolo, questo compreso, ti dirà quello che ti dicono novanta minuti dal bordo del tatami. E se scegli l’aikido, sapere cosa succede la prima volta toglie quasi tutto l’imbarazzo.
→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia
Domande frequenti
Qual è la differenza principale fra judo, karate e aikido?
Il judo si basa su prese e proiezioni con lotta a terra, il karate sulla percussione con pugni e calci, l’aikido sul ricevere l’attacco dell’altro e neutralizzarlo senza contrapporre forza. Judo e karate hanno competizioni agonistiche, l’aikido salvo un’unica scuola minoritaria non ne ha.
Quale delle tre è più adatta a chi comincia da adulto?
Tutte e tre si possono iniziare da adulti, ma cambia l’impatto fisico: judo e karate chiedono più contatto, cadute e scatti. L’aikido lavora soprattutto su postura, rilassamento e attenzione, il che lo rende accessibile anche dopo i cinquant’anni, ma quanto sia impegnativo dipende molto dal singolo dojo: esistono scuole con un ritmo pacato ed esistono dojo, spesso guidati da maestri giovani, dove la pratica è decisamente fisica.
Judo, karate o aikido per un bambino?
Tutte e tre hanno corsi per bambini in molti dojo, con lezioni costruite sull’età e non ridotte da quelle degli adulti. La differenza sta nel riferimento: judo e karate hanno gare in calendario, e per un bambino che ha bisogno di misurarsi sono un motore; l’aikido non ha competizioni, quindi il progresso si misura solo su quello che il bambino sapeva fare prima, non sul risultato contro un altro. Molti dojo hanno anche corsi dedicati ai ragazzi, dove il movimento è più intenso.
Chi scrive questi articoli?
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina dal 1986, nella stessa palestra a Thiene, in provincia di Vicenza. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.