La prima volta che guardi una lezione noti una cosa e ti fai subito l’idea sbagliata. Alcuni sono vestiti di bianco, altri hanno sopra una specie di gonna-pantalone nera che si muove a ogni passo. La conclusione viene da sola: quelli con la gonna sono i bravi.
È più complicato, e più interessante. Quella si chiama hakama, l’abito bianco sotto si chiama keikogi, e tutte e due raccontano qualcosa che non è il grado di chi le porta.
Il keikogi: l’abito da lavoro
Keikogi (稽古着) vuol dire alla lettera “abito da allenamento”: keiko è l’allenamento, gi è l’abito. Lo sentirai chiamare anche dogi (abito della Via) o, per pigrizia, solo gi. In Italia lo chiamano quasi tutti “kimono”, ed è l’unico nome sbagliato del gruppo: il kimono è un altro capo, quello elegante da cerimonia.
È fatto di cotone pesante, tessuto in modo da reggere le prese. Nell’Aikido il taglio è simile a quello del judo ma più leggero, perché non si lotta a terra; le scuole che praticano molto con le armi preferiscono maniche più corte. È bianco per un motivo pratico e uno meno: il bianco non nasconde lo sporco, quindi chi lo porta è costretto a tenerlo pulito, e non distingue nessuno dagli altri.
Sopra si porta la cintura, l’obi, che tiene chiusa la giacca. Nella maggior parte dei dojo di Aikido i colori sono solo due, bianco e nero, senza la scala di colori intermedi del judo o del karate.
L’hakama, l’eredità diretta dei samurai
L’hakama (袴) è la gonna-pantalone ampia e pieghettata che nell’immaginario collettivo sta addosso ai samurai, ed è l’unica parte dell’abbigliamento moderno che venga davvero da lì. Era l’abito quotidiano dei guerrieri, e ha attraversato i secoli restando in uso in quelle discipline che hanno tenuto un legame diretto con l’epoca in cui si portava la spada: kendō, iaidō, kyūdō e, appunto, l’Aikido. Fuori dalle arti marziali la si vede ancora nelle cerimonie e nelle lauree giapponesi.
Non è un ornamento. Nasconde i piedi e le ginocchia, e quindi nasconde l’inizio del movimento: chi ti sta davanti vede lo spostamento un istante dopo. Nel lavoro con la spada, da cui l’Aikido prende molti movimenti, quell’istante è tutto.
E ha un effetto secondario che chi la indossa scopre subito: è impietosa. Un movimento fatto male, con il bacino che oscilla o il passo che striscia, dentro l’hakama si vede tre volte tanto, perché la stoffa amplifica tutto. Non copre gli errori: li stampa.
Le sette pieghe, e la storia che si racconta
Qui arriva la parte che troverai su quasi tutti i siti italiani, e che merita di essere raccontata con una precisazione che quasi nessuno fa.
L’hakama ha sette pieghe, cinque davanti e due dietro. La tradizione che si insegna nei dojo di mezzo mondo è che rappresentino sette virtù del bushidō: jin (benevolenza), gi (giustizia), rei (cortesia), chi (saggezza), shin (sincerità), chū (lealtà), kō (pietà filiale). Sono virtù di radice confuciana, e come racconto funziona benissimo: ogni volta che pieghi l’hakama te le ripassi.
La precisazione è questa: di quella simbologia non esiste traccia in nessun testo storico giapponese. È un’attribuzione posteriore, nata dentro le arti marziali moderne, esattamente come è successo con le virtù del bushidō, che sono una sintesi di fine Ottocento e non un codice medievale.
Dirlo non toglie niente al valore della cosa: un simbolo scelto da chi pratica vale come simbolo, anche se non ha un documento dietro. Toglie solo la pretesa di antichità, che è un’altra faccenda. E nella nostra scuola, dove si insegna a verificare invece che a credere, la differenza conta.
Quando si comincia a portarla (e perché la regola non è antica)
Nella maggior parte dei dojo di Aikido l’hakama arriva con la cintura nera, il primo dan. In altri si porta prima, dal terzo o dal secondo kyu. In altri ancora la portano tutti fin dal primo giorno. Quindi la regola vera è una sola: cambia da scuola a scuola, e la tua la sai solo chiedendo nel tuo dojo.
Ma la storia di quella regola vale la pena di raccontarla, perché ribalta quello che sembra ovvio.
Quando Morihei Ueshiba insegnava, prima della guerra, l’hakama era obbligatoria per tutti fin dall’inizio, uomini e donne. Non gli interessava che fosse bella: nel dojo si vedevano hakama di seta accanto ad altre cucite con vecchie tende, e andava bene così.
Poi arrivò il dopoguerra, e in Giappone mancava tutto, stoffa compresa. Shigenobu Okumura, poi nono dan dell’Aikikai, ha raccontato che si allenavano senza hakama, e che quelle ricavate dalle tende oscuranti antiaeree si sbriciolavano sulle ginocchia appena si cominciava a lavorare, perché la stoffa era rimasta anni al sole. Fu in quelle condizioni che nacque l’idea di riservare l’hakama ai gradi più alti: dava ai principianti il tempo di procurarsene una.
Quindi la regola che oggi quasi tutti prendono per una tradizione secolare è nata da una carenza di tessuto negli anni Quaranta. Vale la pena saperlo, soprattutto se qualcuno te la racconta come un rito antico di passaggio.
Cosa dice davvero, di chi la porta
Dice due cose, e nessuna delle due è quella che si pensa.
La prima: dice da quanto tempo pratica, o almeno da quanto tempo pratica in quella scuola, perché è legata ai gradi e i gradi si prendono con gli anni. Non dice che quella persona sia brava: dice che ha superato gli esami previsti fin lì.
La seconda, meno ovvia: dice che ha accettato di essere guardata meglio. Chi porta l’hakama sul tatami è quello che i nuovi arrivati guardano per capire come ci si comporta, e lo sa. È un peso più che un premio, ed è il motivo per cui nei dojo seri chi la indossa per primo è chi pratica con i principianti, non chi si esibisce.
Quello che non dice: niente sul valore della persona fuori dalla palestra, e niente su quanto sia efficace la sua tecnica. Ho visto cinture bianche muoversi meglio di cinture nere e viceversa, e chiunque pratichi da un po’ ha visto la stessa cosa.
Piegarla, che non è una perdita di tempo
Alla fine della lezione chi ha l’hakama la toglie e la piega, seguendo un ordine preciso: si stendono le pieghe una per una, si allineano, si legano i lacci in un nodo che ha una forma stabilita. Ci vogliono due o tre minuti, e la prima volta che lo vedi sembra una cerimonia inutile in una sala dove tutti hanno fretta di andare a casa.
Fa parte della stessa logica dell’etichetta del dojo, e ha due effetti concreti. Il primo è che una hakama piegata male, la volta dopo, è inagibile: le pieghe sono la sua struttura, e se le perdi non sta più addosso. Il secondo è che quei tre minuti sono l’unico momento della lezione in cui fai una cosa con cura senza che nessuno ti corregga. È un esercizio, come tutto il resto.
In molti dojo si impara a piegare l’hakama di un compagno più anziano prima di averne una propria. Non è servitù: è il modo in cui si impara a piegarlo.
E se stai per cominciare?
Non serve niente di tutto questo. Alla prima lezione si va in tuta, e il keikogi si compra dopo, quando hai deciso di continuare: è una spesa modesta, e conviene farsi consigliare la taglia dal proprio maestro invece di indovinarla online, perché il cotone di quelli buoni ritira al primo lavaggio.
L’hakama arriverà quando arriverà, e nel frattempo non ti manca niente: tutto quello che conta davvero in questa disciplina si impara in tuta.
→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia
Domande frequenti
Cos’è l’hakama nell’Aikido?
È la gonna-pantalone ampia e pieghettata che si porta sopra il keikogi, ed è l’unica parte dell’abbigliamento moderno che derivi direttamente dall’abito dei samurai. Nasconde i piedi e quindi l’inizio del movimento, e oggi si usa, oltre che nell’Aikido, in kendō, iaidō e kyūdō.
Le sette pieghe dell’hakama rappresentano davvero sette virtù?
È quello che si insegna in molti dojo: benevolenza, giustizia, cortesia, saggezza, sincerità, lealtà e pietà filiale, virtù di radice confuciana. Va però detto che di questa simbologia non esiste traccia nelle fonti storiche giapponesi: è un’attribuzione nata dentro le arti marziali moderne, non un codice antico.
Da che grado si porta l’hakama?
Dipende dalla scuola: in molti dojo dal primo dan, in altri già dal terzo o secondo kyu, in altri ancora la portano tutti fin dall’inizio. La regola che la riserva alla cintura nera non è antica: nacque nel dopoguerra giapponese, quando la stoffa scarseggiava e dare l’hakama solo ai gradi alti permetteva ai principianti di procurarselo con calma.
Qual è la differenza tra keikogi e kimono?
Il keikogi è l’abito da allenamento in cotone pesante che si usa nelle arti marziali, chiamato anche dogi o gi. Il kimono è tutt’altro: è l’abito tradizionale giapponese da cerimonia. Chiamare “kimono” il capo che si usa in palestra è un errore diffuso in Italia.
Chi scrive questi articoli?
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina dal 1986, nella stessa palestra a Thiene, in provincia di Vicenza. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.