L’etichetta del dojo: perché ci si inchina

La prima volta che entri in un dojo, la cosa che ti mette a disagio non è la tecnica. È che tutti sanno quando inchinarsi e tu no.

Si inchinano entrando. Si inchinano prima di salire sul tatami. Si inchinano l’uno all’altro, e a un certo punto tutti insieme verso una parete. Tu stai fermo un secondo di troppo e ti senti fuori posto.

L’etichetta del dojo spaventa più della tecnica, quindi mettiamo subito in chiaro la cosa più importante: nessuno si aspetta che tu la conosca, e sbagliare non è un problema. Ma sapere perché si fa quello che si fa aiuta a smettere di sentirsi ospiti.

Non è religione

È il timore più diffuso e va tolto di mezzo per primo. L’etichetta del dojo non è un atto di culto. Non stai pregando niente e non stai riconoscendo nessun dio.

In Giappone l’inchino è quello che da noi sono la stretta di mano, il “buongiorno”, il “grazie” e lo “scusa”. È un gesto quotidiano, che si fa al negozio e alla fermata dell’autobus. Serve a segnare l’inizio e la fine di uno scambio tra due persone.

Nel dojo fa esattamente lo stesso lavoro: dice “comincio adesso” e “ho finito”.

I quattro momenti

Sono sempre gli stessi, e in una lezione si ripetono decine di volte.

Quando entri ed esci dal dojo. Un inchino verso l’interno della sala, in piedi. Sta dicendo: questo posto ha una funzione, e adesso ci entro.

All’inizio e alla fine della lezione, tutti insieme, verso il lato principale della sala.

Verso chi insegna, dopo l’inchino collettivo.

Verso il compagno, prima e dopo aver praticato insieme. Questo è quello che conta di più, e ci torno tra poco.

Perché ci si inchina verso una parete

Il lato principale del dojo si chiama kamiza, che vuol dire “posto in alto”. Di solito c’è una calligrafia, a volte la fotografia di un maestro.

L’inchino non va a un’immagine e non va a una persona: va alla linea di persone che hanno costruito e trasmesso quello che stai per praticare, e che quasi tutte non hai mai conosciuto.

Detta in un altro modo: stai riconoscendo che quello che fai non l’hai inventato tu. È la stessa idea che sta dentro la parola dojo, il luogo della Via, e che spiega perché il tatami non è il pavimento di una palestra.

L’inchino che conta davvero

È quello al compagno, e mi fermo qui perché è il più frainteso.

Quando pratichi Aikido, la persona davanti a te ti sta prestando il corpo. Ti lascia prendere il polso, ti lascia entrare, cade per farti provare, e mentre lo fa si fida che tu non le faccia male. Nessuna tecnica si può imparare da soli.

L’inchino prima dice: so che stai per rendermi un servizio. L’inchino dopo dice: grazie, e sei intero.

Non è cerimonia. È la cosa più concreta che succede sul tatami.

Le regole che sembrano rituale e sono sicurezza

Alcune cose che vengono spiegate come tradizione, in realtà servono a non farsi male. Vale la pena distinguerle, perché sono quelle che non si negoziano.

Niente anelli, orologi, orecchini, collane. Un anello che resta impigliato in una manica rompe un dito.

Unghie corte, mani e piedi puliti. Si pratica scalzi e ci si tocca in continuazione.

Non si attraversa il centro del tatami mentre gli altri praticano, si gira lungo il bordo. Chi cade non ti vede arrivare.

Non si esce dal tatami senza dirlo a chi insegna. Se qualcuno si fa male, deve sapere chi c’è e chi non c’è.

Il keikogi pulito. Si pratica appiccicati, e non è un dettaglio estetico.

Le due parole che sentirai

Onegai shimasu, prima di praticare con qualcuno. Letteralmente è una richiesta cortese: “te lo chiedo per favore”, nel senso di “mi affido a te”.

Arigatō gozaimashita, alla fine. È un ringraziamento al passato: non “grazie” in generale, ma “grazie per quello che è appena successo”. È la stessa differenza che c’è, in italiano, tra “grazie” e “ti ringrazio di quello che hai fatto”.

Se non ti vengono, va bene lo stesso: un cenno del capo dice la stessa cosa.

Cosa fare se sbagli

Niente.

Ti inchinerai nel momento sbagliato, salirai sul tatami dal lato che non si usa, ti dimenticherai l’orologio. Qualcuno te lo dirà, e finisce lì. Nella pratica giapponese l’errore del principiante non è una colpa: è la condizione normale di chi comincia, ed è anche il motivo per cui esiste il sempai, cioè chi è arrivato prima e ha il compito di mostrartelo.

C’è però una cosa che vale la pena capire subito, e riguarda il modo in cui si impara: all’inizio la forma si copia e basta, senza discuterla. Non perché sia sacra, ma perché è la prima delle tre fasi e funziona così in qualsiasi mestiere.

L’etichetta è un servizio, non un filtro

Il punto di tutto questo è che l’etichetta del dojo esiste per rendere possibile la pratica tra persone che non si conoscono. Due sconosciuti si prendono il polso e uno fa cadere l’altro. Perché funzioni senza che nessuno si faccia male serve un modo condiviso di dire “comincio”, “ho finito”, “mi fido”.

Non serve a tenere fuori chi non sa. Serve a far entrare chiunque.

Il modo più semplice per capirlo è vederlo: vai a guardare una lezione, e in mezz’ora ti sarà tutto chiaro senza che nessuno te lo spieghi.

→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.