Cosa significa dojo (e perché non è una palestra)

Dojo significa il luogo della Via e nasce nei templi buddhisti, non nelle arti marziali. Cosa lo distingue da una palestra e perché le sue regole non sono formalità.

La prima volta che entri in un dojo ti accorgi di una cosa prima ancora di capire perché: è silenzioso. Non c’è musica, non ci sono specchi, non ci sono televisori appesi. Il pavimento è morbido, le pareti sono spoglie, e la gente che arriva si ferma sulla soglia e fa un piccolo inchino verso una parete vuota.

A quel punto uno pensa: che roba è questa? È una palestra con le regole strane?

No. È un’altra cosa proprio, e la parola stessa lo dice.

Cosa vuol dire, alla lettera

Dōjō si scrive 道場 e sono due caratteri.

– 道 (dō) è la Via. È lo stesso carattere che trovi in aikidō, judō, kendō, shodō (la calligrafia), sadō (la cerimonia del tè). Non indica un percorso da fare, ma un modo di stare al mondo che si impara facendo una cosa sola per tutta la vita. – 場 (jō) è il luogo, il posto dove qualcosa accade.

Messi insieme: il luogo della Via. Non “palestra di arti marziali”. Non “sala di allenamento”. Il luogo dove si pratica una Via.

La sorpresa: non nasce dalle arti marziali

Questa è la parte che quasi nessuno sa, ed è quella che spiega tutto il resto.

Dōjō è in origine un termine buddhista. È la traduzione giapponese del sanscrito bodhimaṇḍa, che indicava il luogo in cui il Buddha raggiunse il risveglio, e per estensione lo spazio, dentro un tempio, dedicato alla pratica.

Per secoli il dojo è stato una stanza di monaci. Solo molto dopo i guerrieri hanno preso in prestito la parola per i propri luoghi di addestramento, e l’hanno presa perché volevano dire una cosa precisa: qui non si viene solo a imparare a combattere.

Se tieni presente questa origine, tutto quello che ti sembra strano entrando in un dojo smette di esserlo.

Perché non è una palestra

In palestra compri un servizio e lo consumi. Entri con le cuffie, fai la tua scheda, esci. Lo specchio serve a guardarti, la musica a non annoiarti, e il rapporto con gli altri è facoltativo. Non c’è niente di male: è un posto per allenare il corpo, e funziona.

Il dojo funziona in un altro modo, su almeno quattro punti.

Non ci sono specchi. Non ti guardi mentre pratichi. Il riscontro non lo dà la tua immagine, lo danno il tuo compagno e il maestro. Sembra un dettaglio: è un modo diverso di imparare.

Il posto è tenuto da chi lo usa. In molti dojo la pulizia del tatami la fanno i praticanti prima o dopo la lezione. Non è per risparmiare sulle pulizie. È che prendersi cura del luogo è considerato parte della pratica, e chi non lo capisce non ha capito il resto.

L’etichetta non è arredamento. Ci si toglie le scarpe, ci si inchina entrando e uscendo, si saluta il compagno prima e dopo aver praticato con lui. Sono gesti che servono a segnare un passaggio: fuori sei una cosa, dentro sei un’altra. Chi pensa che siano formalità orientali di solito cambia idea dopo qualche mese.

Non c’è una classifica. Nessuno pubblica i tempi, i carichi o i punteggi. Il confronto è con quello che facevi tu sei mesi fa, e con nient’altro.

Come è fatto un dojo

Gli elementi ricorrono quasi ovunque, e ognuno ha un motivo.

Il tatami è la superficie di pratica: assorbe le cadute e delimita lo spazio. Dove finisce il tatami finisce il dojo.

Il kamiza o shōmen è la parete “alta”, il fronte della sala. Spesso ci sono una fotografia del fondatore, una calligrafia, a volte dei fiori. È il punto verso cui ci si inchina entrando. Non si sta pregando nessuno: si sta riconoscendo che quello che si pratica non l’abbiamo inventato noi, che è arrivato da qualcuno prima di noi e passerà a qualcuno dopo.

Le pareti spoglie non sono povertà. Meno cose ci sono, meno l’attenzione ha dove scappare.

E la soglia: il gesto sulla porta serve a dire che si entra in un posto diverso. È lo stesso motivo per cui a casa ti togli le scarpe: non è igiene, è il confine tra fuori e dentro.

Perché oggi la parola è dappertutto

Se lavori in un’azienda tecnologica probabilmente l’hai già sentita: coding dojo, management dojo. Non è una moda a caso.

Chi ha preso in prestito la parola voleva dire una cosa precisa: un posto dove ci si esercita, non un posto dove si produce. Un luogo in cui sbagliare è previsto e serve, perché è così che si impara. È la differenza tra la riunione in cui devi avere ragione e la stanza in cui puoi provare.

Che poi è esattamente quello che il dojo è sempre stato.

La cosa da portarsi a casa

Un dojo non è un luogo speciale perché ci sono oggetti giapponesi appesi al muro. È speciale perché ci si comporta in un certo modo, e chi ci entra, quel modo, lo sente addosso nel giro di dieci minuti, senza che nessuno glielo spieghi.

È il motivo per cui, se stai valutando se iniziare, il consiglio migliore che si possa dare è banale: vai a vedere. Un dojo lo capisci stando in fondo alla sala per un’ora, molto meglio che leggendone la definizione, e sapere in anticipo cosa succede alla prima lezione toglie quasi tutto l’imbarazzo di quella prima volta.

→ Dove praticare e come iniziare


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.