Due persone in piedi, una di fronte all’altra. Una afferra il polso dell’altra e stringe. L’altra non tira, non spinge, non irrigidisce niente. Fa un passo, gira, e chi stringeva si ritrova a terra senza aver capito bene cosa sia successo, e senza essersi fatto male.
Chi guarda pensa a un trucco. Chi lo prova la prima volta pensa che l’altro sia stato gentile. Poi ci riprova mettendoci tutta la forza che ha, e non cambia niente.
Questo è il punto da cui parte il Ki Aikido, e da cui parte anche il malinteso più comune su quest’arte.
Una cosa va detta subito, perché il resto dell’articolo si legge diversamente sapendola: questo sito e chi lo scrive seguono la scuola del Doshu Kenjiro Yoshigasaki, il maestro che ha portato il Ki Aikido in Europa e che ho seguito dal 1980 fino alla sua scomparsa nel 2021. Il Ki Aikido nel mondo ha più di una linea, e dove differiscono lo dirò; ma quello che leggi qui è quello che lui insegnava.
Cos’è, in due righe
Il Ki Aikido è la scuola di Aikido che mette al primo posto la coordinazione di mente e corpo, e la insegna per prima, prima della tecnica. È un’arte marziale giapponese in cui non ci sono gare, non ci sono campionati e non c’è nessuno da battere. Si pratica in due: uno attacca, l’altro riceve l’attacco e lo neutralizza senza opporsi, restituendo la situazione in equilibrio.
Il nome ufficiale è Shin Shin Toitsu Aikido, che in giapponese vuol dire “Aikido con mente e corpo unificati”. Il termine chiave è quello: unificati. Non è una formula poetica. È la cosa concreta che si allena in palestra ogni volta.
Se cerchi una definizione da enciclopedia la trovi facilmente, ed è sempre la stessa: tecniche di Aikido unite a un metodo di yoga giapponese per l’unificazione di mente e corpo, con l’obiettivo della risoluzione non violenta dei conflitti e dello sviluppo della persona. È corretta. Ma non dice la cosa più importante, che è il motivo per cui questo articolo esiste.
L’obiettivo vero: che l’attacco non avvenga
Chiunque guardi un video di Aikido vede una cosa: un attacco che viene neutralizzato. Ed è naturale pensare che l’arte consista in quello.
Nella scuola di Yoshigasaki l’insegnamento è più radicale: l’obiettivo dell’Aikido è fare in modo che l’attacco non avvenga. La tecnica che vedi sul tatami è l’ultimo anello di una catena, e in una situazione reale è il segno che tutti gli anelli precedenti sono saltati.
Il maestro lo scriveva senza giri di parole: quello che si fa in dojo non è la situazione reale, e l’Aikido non è né uno sport competitivo né un corso di difesa personale. Nella vita reale, se qualcuno ti aggredisce, “l’unica strada che puoi seguire è cambiare la mente, quella dell’altro e la tua”. Le tecniche dell’Aikido nella vita reale, diceva, devono cambiare la mente degli altri. Il testo completo è fra le Parole del Doshu.
Cosa vuol dire in pratica, fuori dalla poesia. L’attacco non avviene quando la distanza è quella giusta, e il ma ai, la distanza, è la prima cosa che si impara. Non avviene quando chi hai davanti sente che non sei né una minaccia né una preda: quello che nel Ki Aikido si chiama inviare il Ki, e che chiunque può leggere addosso a una persona senza saperlo spiegare. Non avviene quando hai capito dove sta andando l’altro prima che ci arrivi, ed è per questo che fra i princìpi dell’Aikido c’è conoscere la mente di chi ti sta davanti. E non avviene, banalmente, quando hai scelto di non essere lì.
Tutto quello che si allena sul tatami serve a questo. La proiezione, la caduta, la leva, sono il modo di allenare il corpo a restare in quella condizione anche quando qualcuno lo sta afferrando. Ma il traguardo non è la proiezione riuscita: è il giorno in cui non serve.
Difendersi o proteggersi
Qui sta la distinzione che, nella mia esperienza, cambia più di ogni altra il modo di praticare, e che fuori dalla nostra scuola quasi nessuno fa. La devo a un testo di Yoshigasaki che vale la pena riportare quasi alla lettera, perché è più chiaro di qualsiasi parafrasi.
Proteggere significa fare qualcosa perché una vita, o una cosa, continui a esistere senza danno. Proteggi il telefono con una custodia. Proteggi te stesso da un virus.
Difendere significa fare qualcosa perché qualcuno possa continuare a esercitare quello che fa. Si difendono i diritti, si difende un paese: c’è un ministero della difesa, non della protezione. E la differenza non è di parole: per difendere qualcosa devi controllare gli altri. Proteggere no.
Da qui la frase che nella nostra scuola si ripete spesso e che a chi viene da altre arti suona strana: quando pratichi la tecnica tendi a controllare uke, e allora l’Aikido diventa difesa personale e tende a essere aggressivo. Il testo integrale è qui.
Sul tatami questo si vede. Chi difende blocca, immobilizza, vuole che l’altro non possa più fare niente. Chi protegge fa in modo che nessuno dei due si faccia male, l’altro compreso, e che la situazione finisca. Sono due tecniche che dall’esterno possono sembrare identiche, e dentro sono l’opposto: una chiude, l’altra risolve.
Ed è il motivo per cui in questa scuola non si dice “difesa personale”: si impara a padroneggiare la tecnica, con l’aiuto del compagno, per proteggere la propria vita e, nelle parole del maestro, per creare una vita migliore e un mondo migliore. Chi cerca un corso per imparare a respingere un aggressore trova risposte più oneste altrove, e fa bene a saperlo prima.
Perché ha tre nomi diversi
Se cerchi in rete trovi Ki Aikido, Shin Shin Toitsu Aikido e, in certi dojo, semplicemente Aikido. Sembra confusione ed è invece una storia precisa, che vale la pena raccontare perché spiega mezza mappa dei dojo italiani.
Shin Shin Toitsu Aikido è il nome che Koichi Tohei diede alla propria scuola quando nel 1974 lasciò l’Aikikai. È il nome dell’organizzazione che fondò nel 1971, la Ki no Kenkyukai, e che oggi è guidata da suo figlio Shinichi Tohei.
Ki Aikido è il modo in cui il mondo intero ha cominciato a chiamarlo, in Giappone e fuori. È il nome corto, quello che la gente usa, quello che si digita su Google. Non è meno giusto: è solo nato dall’uso invece che da un atto costitutivo.
Aikido e basta è quello che dicevano nei dojo della linea di Kenjiro Yoshigasaki. Nel 2003, dopo che Tohei aveva lasciato l’insegnamento attivo, Yoshigasaki fondò la propria organizzazione, la Ki no Kenkyukai Association International, diventata dal 2022 Ki no Kenkyukai Musubi. I nomi che indicano la scuola di Tohei restarono con l’organizzazione di Tohei, e da quel momento quello che lui insegnava tornò a chiamarsi semplicemente Aikido.
Il maestro faceva anche un’osservazione di sostanza, e non solo pratica: aiki contiene già il ki. Dire “Ki Aikido” è come dire “il ki dell’unione con il ki”. Se l’Aikido è fatto bene, il ki c’è già.
Nel frattempo, però, tutti continuano a dire Ki Aikido, compreso questo sito. Non per distrazione: perché è la parola con cui le persone cercano, e perché distingue in un secondo questa pratica dalle altre scuole di Aikido. Il nome che si usa in famiglia non è sempre quello scritto sui documenti.
La differenza con l’Aikido “tradizionale”
L’Aikido nasce in Giappone nella prima metà del Novecento, dal lavoro di Morihei Ueshiba. Da lì sono nate diverse scuole, che si distinguono per quello che mettono al centro.
Il Ki Aikido è la linea che discende da Koichi Tohei, allievo diretto di Ueshiba, unico decimo dan riconosciuto dall’Aikikai e per diciotto anni il suo istruttore capo. Tohei fece una scelta precisa: mettere al centro dell’insegnamento non le tecniche, ma la condizione da cui le tecniche funzionano.
La differenza pratica è questa. In molte scuole si impara la tecnica, e con gli anni, se si è fortunati e testardi, si arriva al principio che la fa funzionare. Nel Ki Aikido si parte dall’altra parte: prima si impara a stare uniti, mente e corpo, e la tecnica viene dopo, come conseguenza.
Questo ha un effetto molto concreto sul modo in cui si pratica: si allena da subito la parte che serve anche fuori dal tatami. Perché l’esame vero non è la caduta fatta bene in palestra. È riuscire a non irrigidirsi quando qualcuno alza la voce, o quando arriva la telefonata che non volevi.
Un punto da dire chiaramente, perché in giro si legge il contrario: nel Ki Aikido non si compete. Non ci sono gare, non ci sono classifiche, non c’è un avversario. Questo però non è una particolarità di questa scuola: l’Aikido, salvo un’unica scuola minoritaria, non ha competizioni in nessuna delle sue forme. Le differenze concrete fra le due, quelle che si notano dal primo giorno in un dojo o nell’altro, le ho messe in fila in un articolo a parte.
I 4 princìpi
Tutta la pratica sta in piedi su 4 princìpi. Sono semplici da dire e ci si mette una vita a farli bene; il che, se ci pensi, è vero per qualsiasi cosa seria.
1. Mantenere il punto. L’attenzione si posa in un punto basso, poco sotto l’ombelico. È il centro fisico del corpo, ed è anche dove la mente si ferma quando smette di correre. Non è meditazione: è il posto dove la si mette mentre si fa qualcos’altro.
2. Rilassarsi completamente. Rilassato non vuol dire molle. Un corpo molle cade. Vuol dire senza tensione inutile: la struttura regge, i muscoli che non servono non lavorano. È la differenza tra un albero e un palo.
3. Mantenere il peso sotto. Ogni cosa ha il peso nella sua parte bassa: l’acqua in un bicchiere, il corpo sui piedi. Sembra ovvio, ma appena ci si spaventa il peso sale, le spalle si alzano, e da lì si perde l’equilibrio prima ancora che qualcuno ci tocchi.
4. Inviare il Ki. È il modo di stare attivi verso l’esterno invece che chiusi in difesa. Non è un’energia misteriosa: è la differenza tra un braccio che si contrae per resistere e un braccio che continua a estendersi. Chiunque può sentirla in dieci secondi di prova.
Ognuno dei quattro descrive la stessa cosa da un lato diverso. Quando uno c’è, ci sono tutti. Quando ne salta uno, saltano tutti. Ne ho scritto per esteso nell’articolo sui 4 princìpi, e su che cos’è il Ki quando lo si toglie dalla mistica.
Ma i princìpi non sono quattro
Qui c’è una cosa che quasi nessun sito italiano dice, e che cambia il modo di guardare tutto il metodo.
I 4 princìpi riguardano la persona da sola: come stare in piedi, come tenere insieme mente e corpo. Ma nell’Aikido si è in due, e per quello che succede fra due persone Tohei ne formulò altri cinque, i 5 princìpi dell’Aikido:
1. Il Ki si estende. Non è uno stato che si mantiene fermo, è una direzione che continua. 2. Conoscere la mente di chi ti sta davanti. Prima del corpo si guida la mente, e per guidarla bisogna sapere dov’è. 3. Rispettare il suo Ki. Non si spegne quello che l’altro sta facendo. Lo si prende sul serio. 4. Mettersi al suo posto. Letteralmente: dalla sua posizione, non dalla propria. 5. Guidare con sicurezza. Chi esita non guida, e chi non guida si ritrova a subire.
Se rileggi il paragrafo sull’attacco che non avviene, sono questi cinque a renderlo possibile: non si può fare in modo che un attacco non parta senza sapere dove sta la mente di chi lo porterebbe.
Vale la pena notare una cosa sulle parole. Nelle traduzioni più vecchie questi princìpi parlano di “avversario”. Nei dojo di oggi si dice partner, e non è correttezza formale: se davvero non c’è nessuno da battere, chiamarlo avversario è già un errore tecnico.
E anche nove non è il numero finale. Tohei formulò princìpi per quasi tutto quello che insegnava: cinque per ognuno dei quattro princìpi di base, cinque per la respirazione, cinque per la meditazione, cinque per i Test di Ki, per il kiatsu, per il lavoro con la spada e con il bastone. E poi, cosa che dice molto di lui, princìpi per insegnare, per studiare, per lavorare e persino per dirigere un’azienda: per lui non era una faccenda da palestra, era un metodo per stare al mondo. Sono una ventina di gruppi in tutto, e li affronteremo uno per uno in altri articoli.
Il punto e le linee: la strada di Yoshigasaki
Se pratichi in Italia o in Europa, prima o poi senti due vocabolari diversi, e conviene sapere da dove vengono.
Tohei ha costruito il suo insegnamento sul punto. Il “punto unico” sotto l’ombelico è la sua rilettura dello hara, il centro di cui parla tutta la cultura giapponese. Da lì partono i 4 princìpi, i Test di Ki, tutto. È un’immagine potentissima perché è verificabile: o il punto c’è, e la prova regge, oppure no. La linea che oggi fa capo a Shinichi Tohei lavora ancora così.
Yoshigasaki, con gli anni, si è progressivamente spostato dal punto alle linee. Non ha rinnegato niente: ha cambiato l’immagine con cui insegnava. Al posto di un centro da tenere, le direzioni lungo cui il corpo e l’attenzione si muovono, un’idea che in Giappone si ritrova per esempio nelle arti del massaggio. Le sue tre parole ricorrenti negli ultimi vent’anni erano percezione, linee e forme.
La differenza si sente sul tatami. Con il punto impari a essere stabile. Con le linee impari a vedere dove le cose stanno già andando, la tua e quella dell’altro, e a metterti dove il movimento va invece che dove ti aspetti che vada. Ed è evidente perché questa seconda strada si sposi con l’idea che l’attacco non debba avvenire: chi vede la linea prima che diventi un attacco ha già tutto il tempo che gli serve.
Detto senza fare politica: un punto senza direzione è fermo, una direzione senza centro è vaga, e chi ha praticato sotto tutti e due se li ritrova addosso tutti e due. La scuola che seguiamo qui è quella delle linee, ed è quella che troverai nei dojo formati da Yoshigasaki in Italia.
A cosa serve, se non devi picchiare nessuno
Questa è la domanda che fanno tutti, ed è giusta.
Il Ki Aikido allena una cosa sola, sotto tutto il resto: restare presenti quando la situazione spinge. Sul tatami la spinta è fisica, qualcuno ti afferra. Nella vita ha altre forme, ma la reazione del corpo è identica: le spalle salgono, il respiro si accorcia, la testa parte in avanti.
Chi pratica da un po’ se ne accorge fuori dalla palestra prima ancora che dentro. Nella riunione che si mette male. Nella discussione in famiglia. Al volante. Non è che spariscano i problemi: è che smetti di aggiungerci la tua reazione automatica. È questo, in fondo, il modo concreto in cui un attacco non avviene: perché tu non lo hai chiamato, e chi ce l’aveva in mente non ha trovato il gancio.
C’è poi la parte concreta e meno filosofica: postura, respiro, equilibrio, e la capacità di cadere senza farsi male, che a cinquant’anni conta molto più di quanto sembri a venti.
Da dove viene
Questa linea di insegnamento ha una catena precisa, ed è una delle cose che la rendono riconoscibile.
Nakamura Tempu fu il primo in Giappone a costruire un metodo sistematico per unire mente e corpo, lo shin shin toitsu do, quello che in Occidente viene chiamato yoga giapponese. Non veniva dalle arti marziali: ci era arrivato attraverso una malattia che i medici gli davano per persa, e un viaggio che lo portò fino all’India.
Koichi Tohei studiò con lui mentre praticava Aikido con Ueshiba, e capì che i due mondi erano lo stesso mondo. È da quella intuizione che nasce il Ki Aikido.
Kenjiro Yoshigasaki (1951-2021) arrivò dal Giappone nel 1977 come rappresentante di Tohei in Europa. Si stabilì in Belgio e per oltre quarant’anni raggiunse ogni fine settimana i dojo di mezza Europa. Ha formato la maggior parte degli insegnanti che oggi praticano in Italia, e la sua organizzazione, oggi Ki no Kenkyukai Musubi, tiene insieme quei dojo anche dopo la sua scomparsa.
Tre uomini e tre generazioni. Fra chi legge questa pagina e il fondatore dell’Aikido ci sono meno passaggi di quanti si immagini.
Chi può iniziare
Chiunque. Non serve essere allenati, non serve essere giovani, non serve essere elastici. Non c’è un fisico adatto al Ki Aikido, perché non c’è forza da opporre a un’altra forza: se una tecnica richiede muscoli, vuol dire che la stai sbagliando.
Si comincia da fermi, si impara a cadere prima di imparare a proiettare, e ognuno va al passo che ha. In un dojo si trovano ventenni e settantenni sullo stesso tatami, ed è normale.
L’unica cosa che questo articolo non può fare
Farti sentire di cosa stiamo parlando.
Il Ki Aikido si spiega male e si sente subito. Quella storia del polso stretto all’inizio: puoi leggerla dieci volte e restare convinto che ci sia un trucco. Ti bastano trenta secondi in piedi davanti a qualcuno per capire che non c’è.
Il modo migliore per capire cos’è il Ki Aikido è provarlo. Vieni a vedere una lezione, o provane una: si sta in fondo al tatami, si guarda, e se ti va ti si dà un abito e si comincia.
→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia
Domande frequenti
Cos’è il Ki Aikido in poche parole?
Il Ki Aikido, o Shin Shin Toitsu Aikido, è la scuola di Aikido fondata da Koichi Tohei nel 1971 che insegna per prima la coordinazione di mente e corpo, con quattro princìpi e prove verificabili, e solo dopo la tecnica. Unisce le tecniche dell’Aikido a un metodo di yoga giapponese, non ha competizioni e ha come obiettivo la risoluzione non violenta dei conflitti.
Il Ki Aikido è difesa personale?
No, e nella scuola di Yoshigasaki la distinzione è esplicita: difendere significa controllare l’altro, proteggere significa fare in modo che nessuno si faccia male e che la situazione finisca. Il Ki Aikido allena a proteggere, e il suo obiettivo più alto è che l’attacco non avvenga. Chi cerca un corso per respingere un aggressore trova risposte più oneste in altre discipline.
Qual è la differenza tra Ki Aikido e Aikido?
Le tecniche sono le stesse e hanno gli stessi nomi. Cambia da dove si parte: nell’Aikido tradizionale si impara la tecnica e con gli anni si arriva al principio che la fa funzionare, nel Ki Aikido si impara prima la condizione di mente e corpo unificati e la tecnica viene come conseguenza. Il Ki Aikido ha inoltre gradi separati per il Ki, con esami propri.
Chi era il Doshu Yoshigasaki?
Kenjiro Yoshigasaki (1951-2021), allievo diretto di Koichi Tohei, arrivò in Europa nel 1977 come suo rappresentante e nel 2003 fondò una propria organizzazione, oggi Ki no Kenkyukai Musubi. Ha formato la maggior parte degli insegnanti di Ki Aikido attivi in Italia, e la sua scuola è quella che questo sito segue.
Chi scrive questi articoli?
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina dal 1986, nella stessa palestra a Thiene, in provincia di Vicenza. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
