Cos’è l’Aikido: come funziona davvero

Il judo lo hai visto alle Olimpiadi. Il karate lo hai visto al cinema, e per una volta anche alle Olimpiadi. L’Aikido, con ogni probabilità, non lo hai mai visto in televisione: e non è perché sia una disciplina piccola, visto che si pratica in tutto il mondo da quasi un secolo. È perché non ha gare, quindi non ha niente da trasmettere.

Quell’assenza è il modo più rapido per capire cos’è l’Aikido, perché non è una lacuna organizzativa: è la conseguenza di come è costruita l’arte. Se l’obiettivo dichiarato è neutralizzare un’aggressione senza contrapporsi ad essa, stabilire chi dei due vince rimette dentro esattamente quello che si stava cercando di togliere.

Il resto di questo articolo serve a riempire quella frase: da dove nasce l’Aikido, cosa si fa in una lezione, quali sono le tecniche, e cosa dà davvero a chi lo pratica per anni.

Una nota prima di cominciare, perché chi legge ha diritto di sapere da dove scrive chi scrive: pratico Aikido dal 1980 e insegno dal 1986, nella scuola del Ki Aikido. Questo articolo racconta l’Aikido nel suo insieme, non solo il ramo che pratico io, e dove ci sono differenze fra le scuole cerco di dirle invece di nasconderle.

Il nome dice già quasi tutto

Aikido si scrive con tre caratteri giapponesi: 合気道.

合 (ai) è unire, far combaciare, armonizzare. 気 (ki) è il soffio, l’energia, quello che anima una persona viva. 道 (dō) è la via, nel senso di percorso che si fa per tutta la vita, la stessa parola che c’è in jūdō, kendō, karate-dō.

Messi insieme: la via dell’armonia con l’energia. Non è una traduzione elegante inventata per le brochure, è quello che i tre caratteri dicono alla lettera. E anticipa il punto tecnico centrale della disciplina: non si tratta di fermare la forza di chi arriva, ma di unirsi ad essa e cambiarne la direzione.

Il nome, però, è più recente dell’arte. Morihei Ueshiba chiamò per anni quello che insegnava aiki-budō o aiki no michi. La parola “aikido” viene fissata nel 1942, quando il Dai Nippon Butokukai, l’ente che allora governava le arti marziali giapponesi, decide di uniformare i nomi delle discipline sul modello di judo, kendo e karate-do.

Chi l’ha creato, in breve

L’Aikido nasce dal lavoro di Morihei Ueshiba (1883-1969), che i praticanti chiamano O-Sensei, “grande maestro”.

Ueshiba veniva dalle scuole tradizionali di jūjutsu e di spada, in particolare dal Daitō-ryū, e su quella base costruì qualcosa di diverso: un’arte in cui l’obiettivo non era più sconfiggere l’avversario, ma neutralizzare l’aggressione senza distruggere chi la porta. Insegnò per oltre quarant’anni e cambiò molto nel corso della vita, e questo spiega perché oggi le scuole di Aikido non si somigliano tutte: gli allievi che passarono da lui in epoche diverse portarono via cose diverse.

L’organizzazione che fa capo alla sua famiglia, la Aikikai, nasce come fondazione nel 1940 con un altro nome e viene registrata come Aikikai nel 1948, quando finisce il divieto di praticare arti marziali imposto nel dopoguerra.

Cosa si fa davvero in una lezione

Qui conviene essere concreti, perché è la parte che i video non raccontano bene.

Si pratica sempre in due. Uno porta l’attacco e si chiama uke, l’altro riceve l’attacco e applica la tecnica e si chiama nage (o tori, secondo la scuola). Dopo qualche ripetizione ci si scambia, e chi proiettava viene proiettato.

Gli attacchi sono di due tipi: prese e colpi. Ti afferrano un polso (katate dori), tutti e due i polsi, un braccio, il bavero, oppure ti arriva un colpo dall’alto verso la testa (shomen uchi), un colpo laterale (yokomen uchi), un pugno diretto allo stomaco (tsuki). Ci sono anche gli attacchi portati da dietro, che si imparano più avanti.

E qui va detta una cosa che in molte descrizioni sparisce: gli attacchi si danno sul serio. Un attacco finto, molle, dato per compiacenza, non insegna niente a nessuno: chi lo riceve impara una tecnica che funziona solo contro quell’attacco lì. Chi guarda una lezione da bordo tatami vede prese decise e colpi veri, portati a una velocità adeguata al livello di chi li riceve.

Quello che l’Aikido non fa è costruire un proprio attacco da portare a segno. Non esistono, in questa disciplina, il pugno da allenare al sacco o la combinazione da mettere a punto per colpire per primo. Si parte sempre da quello che fa l’altro.

Le tecniche: due famiglie e qualche nome che sentirai subito

Le tecniche si dividono in due grandi famiglie.

Le proiezioni (nage waza) portano l’altro a terra facendolo cadere. Fra le più frequenti: irimi nage, in cui si entra dentro l’attacco invece di scansarlo; shiho nage, la proiezione “ai quattro angoli”, che nasce da un movimento di spada; kote gaeshi, un rovesciamento del polso; kaiten nage, in cui il corpo dell’altro viene fatto ruotare.

Le immobilizzazioni (katame waza) portano a terra e bloccano, con un controllo articolare. Le principali sono numerate, e si chiamano semplicemente primo, secondo, terzo, quarto e quinto controllo: ikkyo, nikyo, sankyo, yonkyo, gokyo.

Non serve impararsi questi nomi prima di cominciare. Li assorbi in poche settimane, come si assorbono le parole di un mestiere.

Va aggiunta una cosa che sorprende chi arriva da altre arti: si lavora anche con le armi di legno. Il bokken (spada), il jō (bastone medio) e il tantō (coltello) non sono un capitolo separato, sono lo strumento che rende visibili i princìpi del corpo a mani nude: distanza, linea, centro. Molti movimenti dell’Aikido si spiegano soltanto ricordando che nascono da una spada.

L’assenza di gare, e cosa comporta

Torniamo al punto di partenza, perché merita qualche riga in più.

L’unica eccezione è una scuola minoritaria, lo Shodokan (detto anche Tomiki, dal nome del suo fondatore), che ha introdotto una forma di competizione regolamentata. In tutto il resto dell’Aikido non c’è un circuito agonistico, non ci sono categorie di peso, non ci sono medaglie, e non esiste un campione italiano o mondiale di Aikido. Se lo trovi scritto da qualche parte, è un titolo che quella persona si è dato da sola.

Questo ha una conseguenza pratica importante quando si sceglie un’arte marziale: l’Aikido non offre obiettivi esterni. Niente gare da preparare, nessuna classifica in cui salire. Il metro resta il confronto con quello che sapevi fare l’anno scorso, e per certe persone è un sollievo, per altre è la ragione per cui sceglieranno il judo. Ne ho scritto per esteso nell’articolo su judo, karate e aikido.

I gradi e la cintura nera

L’assenza di gare non significa assenza di percorso. Esistono gli esami e i gradi, e funzionano come nelle altre arti giapponesi: prima i kyu, che scendono verso la cintura nera, poi i dan, che salgono. Il primo dan si chiama shodan.

La particolarità è che, non essendoci risultati agonistici, l’esame è l’unico momento formale in cui si viene valutati, e viene valutata l’esecuzione, non la vittoria su qualcuno. Il funzionamento completo, con le differenze fra le scuole, sta nell’articolo su kyu e dan.

Cadere: la prima tecnica, non l’ultima

Se entri in un dojo di Aikido la prima cosa che ti insegnano non è una tecnica offensiva: è come cadere. Si chiama ukemi, letteralmente “corpo che riceve”, e non è un accorgimento di sicurezza: è metà della disciplina.

Il motivo è strutturale. Dato che si pratica in coppia e che i ruoli si scambiano di continuo, chiunque pratichi Aikido passa metà del tempo a essere proiettato. Un praticante esperto si riconosce più da come cade che da come proietta, ed è una delle poche competenze che ti porti fuori dal tatami senza doverci pensare: sul ghiaccio, dalla bicicletta, su una scala.

Il dojo, l’etichetta, gli inchini

Chi guarda una lezione per la prima volta nota subito che ci si inchina spesso: entrando, uscendo, prima e dopo aver praticato con qualcuno.

Non è folklore giapponese e non è sottomissione. L’etichetta del dojo serve a due cose molto pratiche: segnare il passaggio fra il fuori e il dentro, e ricordare che la persona che hai davanti ti sta prestando il suo corpo perché tu possa imparare. In una disciplina dove ogni tecnica richiede un compagno che collabora, quel riconoscimento non è cortesia: è la condizione tecnica perché la pratica esista.

Vale anche per il luogo: un dojo non è una palestra, non ha specchi, non ha classifiche, e in molti casi lo puliscono i praticanti stessi.

Le scuole: perché due dojo possono sembrare diversi

Tutte le scuole di Aikido discendono da Ueshiba, ma ognuna ha preso una strada.

– Aikikai: la più diffusa nel mondo, guidata dalla famiglia Ueshiba. – Yoshinkan: più duro e formale, nato dall’insegnamento di Gozo Shioda. – Iwama: legato a Morihiro Saito, con grande attenzione alle armi. – Shodokan (Tomiki): l’unico che ha introdotto la competizione. – Shin Shin Toitsu Aikido, cioè il Ki Aikido: la scuola fondata da Koichi Tohei, che mette al centro la coordinazione di mente e corpo e la insegna esplicitamente, con quattro princìpi e prove verificabili, invece di lasciare che arrivi da sé dopo vent’anni.

Le tecniche hanno gli stessi nomi e la stessa forma, l’etichetta è la stessa, e due praticanti di scuole diverse dopo cinque minuti sullo stesso tatami si capiscono. Quello che cambia è da dove si parte e cosa si mette al primo posto: le differenze concrete fra Aikido e Ki Aikido le ho messe in fila in un articolo a parte.

Cosa l’Aikido non è

Questa sezione vale più di molte altre, perché è dove si accumulano gli equivoci.

Non è uno sport da combattimento. Non ci si allena per affrontare un altro che si allena a batterti secondo regole condivise. Chi cerca quello troverà molto di più in judo, boxe o lotta.

Non è un corso di difesa personale. Qualcosa di utile lo dà, e non è poco: distanza, attenzione, capacità di non irrigidirsi quando qualcuno entra nel tuo spazio, e soprattutto saper cadere. Ma una difesa personale seria è un’altra materia, più breve e più specifica, e chi ti promette che dopo due anni di Aikido sei al sicuro ti sta raccontando una storia. Ho affrontato la domanda per intero nell’articolo su se l’Aikido funziona davvero.

Non è una pratica mistica. Il vocabolario può trarre in inganno, perché si parla di ki e di armonia. Ma quello che succede sul tatami è fisica del corpo: postura, equilibrio, direzione, tempo. Se una spiegazione non si può dare a un tavolo di bar, nella mia esperienza è una spiegazione sbagliata, non una verità troppo profonda.

Non è un’arte per deboli. Il cliché dell’Aikido lento e morbido descrive alcuni dojo, non la disciplina. Ci sono scuole e maestri, spesso giovani, dove il ritmo è alto, le cadute sono impegnative e gli attacchi arrivano davvero.

Cosa dà, a chi lo pratica per anni

Detto tutto quello che non è, resta la domanda vera: perché qualcuno continua per vent’anni un’attività senza gare, senza classifiche e senza un traguardo?

Le risposte che sento più spesso, e che condivido, sono tre.

La prima è il corpo: una postura che regge, articolazioni che restano mobili, e l’abitudine a rilassarsi sotto pressione invece di contrarsi. Sono cose che si notano dopo i cinquant’anni, quando chi ha allenato solo la forza comincia a pagarla.

La seconda è l’attenzione: la pratica costringe a stare su quello che succede adesso, perché se ti distrai la tecnica non funziona. È una forma di concentrazione che si allena col corpo e non con la testa, e tende a rimanere accesa anche fuori.

La terza è il modo di stare con gli altri. Un’arte in cui non puoi fare niente da solo, in cui il tuo compagno è la condizione della tua pratica e non il tuo ostacolo, lascia un segno nel modo in cui reagisci quando qualcuno ti viene addosso, dentro e fuori dal tatami.

Come si comincia

Non serve preparazione atletica, non serve avere un’età particolare, non serve comprare niente prima. Le due domande che tutti fanno hanno una risposta breve: si può iniziare praticamente a qualsiasi età, e alla prima lezione basta una tuta.

Il consiglio più utile è sempre lo stesso, ed è banale: vai a vedere una lezione, in due o tre dojo diversi se puoi. Guarda come il maestro corregge chi sbaglia, come i praticanti anziani trattano i nuovi, e se alla fine hai voglia di tornare. Nessun articolo, questo compreso, dice quello che dicono novanta minuti a bordo tatami.

→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia

Domande frequenti

Cos’è l’Aikido in poche parole?

L’Aikido è un’arte marziale giapponese fondata da Morihei Ueshiba nella prima metà del Novecento. Si pratica sempre in coppia: uno porta un attacco, prese o colpi, e l’altro lo neutralizza con proiezioni e leve articolari senza opporre forza a forza. Salvo un’unica scuola minoritaria non ha competizioni, e il suo nome significa letteralmente “via dell’armonia con l’energia”.

L’Aikido serve per difendersi?

Dà strumenti utili, come la distanza, l’attenzione, il non irrigidirsi e soprattutto il saper cadere, ma non è un corso di difesa personale e non va scelto per quello. Una difesa personale efficace è una materia diversa, più breve e più specifica, e chi promette sicurezza garantita dopo due anni di pratica sta esagerando.

Quanto ci vuole per la cintura nera in Aikido?

Dipende dalla scuola e dalla frequenza, ma con una pratica regolare si parla tipicamente di alcuni anni, non di mesi. Prima della cintura nera si passa attraverso i gradi kyu, che si scalano con esami successivi, e il primo dan si chiama shodan.

L’Aikido è adatto a chi non ha mai fatto sport?

Sì, ed è uno dei casi in cui la mancanza di allenamento pesa meno. Non essendoci gare non c’è un livello minimo da raggiungere per stare al passo con gli altri, e un buon maestro regola la progressione, a partire dalle cadute, su chi ha davanti.

Chi scrive questi articoli?

Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina dal 1986, nella stessa palestra a Thiene, in provincia di Vicenza. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.