Se cerchi “Ki” su internet trovi due tipi di risposta, e sono entrambe inutili.
La prima ti dice che il Ki è l’energia vitale universale che pervade ogni cosa. La seconda ti dice che è una superstizione orientale senza fondamento. La prima ti chiede di credere, la seconda di liquidare. Nessuna delle due ti fa capire di cosa si sta parlando.
Partiamo da un punto diverso.
In Giappone, “ki” è una parola normale
Questa è la cosa che quasi nessuno dice, ed è la più utile di tutte: in giapponese ki non è un termine spirituale. È una parola di tutti i giorni, che un giapponese usa decine di volte senza pensarci, esattamente come noi usiamo “cuore” in “mettercela tutta col cuore”.
Qualche esempio, tutti di uso comune:
- genki (元気): “in salute, in forma”. È come si chiede come stai? in Giappone: o-genki desu ka, letteralmente “il tuo ki è in ordine?”
- byōki (病気): “malattia”. Alla lettera: ki malato.
- kimochi (気持ち): “sensazione, stato d’animo”. Alla lettera: come si tiene il proprio ki.
- ki wo tsukete (気をつけて): “stai attento”, quello che si dice a chi esce di casa. Alla lettera: attacca il tuo ki a quello che fai.
- kūki (空気): “aria”, ma anche l’atmosfera di una stanza, il clima tra le persone.
- yaruki (やる気): la voglia di fare, quella che a volte c’è e a volte no.
Guarda cosa hanno in comune. Salute, umore, attenzione, motivazione, il clima di un ambiente. Nessuna di queste cose è misteriosa. Sono tutte cose che riconosci benissimo, e che sai riconoscere anche negli altri, senza strumenti di misura.
Il carattere 気 in origine raffigurava il vapore che sale dal riso mentre cuoce: qualcosa che c’è, che si vede muovere, e che non puoi prendere in mano. Come indicazione, è già più onesta di qualsiasi definizione.
Cosa diceva il Doshu
Kenjiro Yoshigasaki, il maestro che ha portato e radicato questa scuola in Europa, aveva un modo molto diretto di affrontare la domanda. Diceva:
“Il Ki è qualcosa che non è chiaro.”
Non era una battuta, e non era una resa. Era un avvertimento preciso a chi arrivava chiedendo una definizione da mandare a memoria.
Chi si accontenta di una definizione smette di guardare. Se ti dico che il Ki è “energia vitale”, tu archivi la questione, ti senti a posto, e non lo cerchi più. Se ti dico che non è chiaro, sei costretto a restare con la domanda aperta, e a verificare da solo.
È lo stesso motivo per cui in questa scuola non si parte dalla teoria: si parte dal tatami.
Due prove che puoi fare adesso
Il modo più rapido per uscire dalla discussione è provare. Servono due minuti e una persona che ti aiuti.
Il braccio impiegabile. Allunga un braccio in avanti, appoggia il polso sulla spalla di chi ti aiuta. Adesso stringi il pugno, contrai il bicipite e cerca di impedirgli di piegarti il braccio. Lui spinge sul gomito: con un po’ di forza il braccio si piega. È una gara di muscoli, e vince il più forte.
Rifallo diversamente. Braccio disteso ma non rigido, mano aperta, dita morbide. Non pensare a resistere: pensa a un getto d’acqua che parte dalla tua spalla, passa nel braccio ed esce dalle dita, andando lontano, oltre il muro. Non irrigidire niente. Lascia che lui spinga.
Il braccio non si piega. E tu non stai facendo forza, e questo è il punto che disorienta tutti la prima volta.
Il peso sotto. Siediti su una sedia, tira su le spalle e pensa alla tua testa. Chi ti aiuta ti solleva prendendoti sotto le ascelle: vieni su facile. Adesso rifallo pensando ai piedi appoggiati a terra e alla parte bassa del tuo corpo, senza irrigidirti. Ti solleva molto più a fatica.
Stesso peso sulla bilancia. Risultato diverso.
Allora è un trucco?
No, ed è qui che si gioca tutto.
Non succede niente di soprannaturale. Quello che cambia è come organizzi il corpo e dove metti l’attenzione. Nel braccio rigido i muscoli lavorano gli uni contro gli altri e la struttura è fragile; nel braccio esteso la forza passa attraverso l’osso e le articolazioni sono allineate. È verificabile, ripetibile, e chiunque lo può rifare.
Ma allora, se è “solo” postura e attenzione, perché chiamarlo Ki?
Perché è la parola che tiene insieme le due cose. Nel braccio impiegabile non conta solo dove sta il gomito: conta anche cosa stai pensando. Se mentre lo fai ti distrai, o ti viene il dubbio, il braccio cede. Se pensi “adesso resisto”, il braccio cede. Serve una parola per la faccenda intera: corpo e mente insieme, non uno dopo l’altro. In giapponese quella parola esiste da secoli, e da noi no. Per questo la teniamo.
Il contributo di Nakamura Tempu
Chi ha trasformato tutto questo in un metodo insegnabile è stato Nakamura Tempu, che non era un maestro di arti marziali.
Tempu arrivò all’unificazione di mente e corpo per una strada personale: una malattia grave, che i medici dell’epoca gli davano per persa, e la ricerca di una risposta che lo portò fino in India. Tornò in Giappone con un metodo che chiamò shin-shin-tōitsu-dō, la via dell’unificazione di mente e corpo, e passò il resto della vita a insegnarlo a gente comune, non a guerrieri.
Koichi Tohei studiò con lui mentre praticava Aikido, e capì che quello che Tempu insegnava fermo in una stanza era esattamente ciò che rendeva possibile la tecnica sul tatami. Da quella intuizione nasce il Ki Aikido.
La differenza che conta
Il Ki come idea è un argomento da conversazione. Puoi discuterne per anni senza cavarne niente.
Il Ki come pratica è un’altra cosa: è accorgerti che stai stringendo la mascella mentre leggi una mail; è il respiro che si accorcia prima ancora che tu capisca perché; sono le spalle che salgono in una riunione difficile. E, subito dopo, è il gesto di rimettere le cose a posto.
Chi pratica non impara a “usare il Ki”. Impara a notare quando lo perde. Che è molto meno affascinante da raccontare, e molto più utile da avere.
E quindi?
E quindi il Doshu aveva ragione: non è chiaro. Non lo sarà mai del tutto, e va bene così.
Ma non è nemmeno vago. È qualcosa che puoi mettere alla prova in due minuti con un amico e un braccio disteso, e su cui puoi lavorare per trent’anni senza arrivare in fondo.
Il modo più onesto per capire cos’è il Ki è provarlo su di te. Una lezione basta per avere una risposta che nessun articolo può darti.
→ Dove praticare e come iniziare
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia e in Giappone.
