Cerca “bushido” e in due clic trovi la stessa cosa dappertutto: sette virtù del samurai, elencate in ordine, con il carattere giapponese accanto. Rettitudine, coraggio, benevolenza, rispetto, onestà, onore, lealtà. Sembra un documento antico.
Non lo è. Quella lista, in quella forma, ha poco più di cent’anni, ed è stata scritta in inglese, in America, da un giapponese che non era un samurai.
Questo non vuol dire che il bushidō sia un’invenzione. Vuol dire che la storia vera è più interessante di quella che si racconta.
La parola, e quando compare
Bushidō (武士道) è composto da bushi, il guerriero, e dō, la Via. La via del guerriero.
Il termine non risale all’epoca d’oro dei samurai. Compare in testi scritti tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento: il più noto è il Kōyō Gunkan, una cronaca militare del clan Takeda. Cioè: la parola nasce quando le guerre stanno finendo, non mentre infuriavano.
È un dettaglio che spiega molto. Si comincia a codificare come dovrebbe comportarsi un guerriero proprio quando i guerrieri non hanno più guerre da fare.
I samurai in tempo di pace
Nel periodo Edo (1603–1868) il Giappone visse due secoli e mezzo senza conflitti interni di rilievo. E i samurai (una classe sociale ereditaria, non un mestiere) si ritrovarono senza il mestiere.
Diventarono in gran parte funzionari: amministratori, contabili, burocrati con due spade alla cintura e uno stipendio in riso. Molti si indebitarono. Alcuni finirono a insegnare, altri a scrivere.
È in questo mondo che nasce la letteratura sul bushidō. Non è il diario di chi combatte: è la riflessione nostalgica di chi non combatte più e cerca di dare un senso alla propria classe.
Il testo più famoso, lo Hagakure, fu dettato all’inizio del Settecento da Yamamoto Tsunetomo, un samurai che non aveva mai visto una battaglia e che parlava da monaco in ritiro. La sua frase più citata (“la via del guerriero si trova nella morte”) non è il grido di un soldato: è la meditazione di un uomo che ha perso il proprio ruolo. E il libro rimase quasi sconosciuto per due secoli.
Il libro che ha creato il bushidō moderno
Nel 1900 un intellettuale giapponese, Nitobe Inazō, pubblicò negli Stati Uniti un volume intitolato Bushido: The Soul of Japan. Era scritto in inglese e si rivolgeva a lettori occidentali.
Nitobe era cristiano, aveva studiato in America e in Germania, e voleva rispondere a una domanda che gli era stata posta: se in Giappone non si insegna religione a scuola, da dove viene la morale dei giapponesi? La sua risposta fu: dal bushidō.
Per farsi capire, costruì un parallelo con la cavalleria medievale europea: un codice d’onore, un insieme di virtù, un ideale di gentiluomo guerriero. Il libro ebbe un successo enorme in Occidente, e da lì tornò indietro in Giappone.
Il risultato è paradossale ma documentato: l’immagine del samurai che tutto il mondo conosce nasce da un libro scritto per spiegare il Giappone agli stranieri. Le sette virtù che trovi ovunque discendono da lì, non da un documento antico.
Cosa dicono i fatti
Se si guardano le fonti dell’epoca invece della letteratura successiva, il quadro è meno lineare.
La lealtà assoluta al signore, il cuore del bushidō romantico, nel periodo Sengoku era spesso una faccenda pratica: cambiare fronte era comune, e a volte era la mossa che salvava un intero clan. Il tradimento non era l’eccezione scandalosa: era una possibilità del gioco.
Il seppuku, il suicidio rituale, esisteva davvero, ma era una procedura giudiziaria codificata (un modo per morire con dignità evitando l’esecuzione e conservando i beni alla famiglia) più che uno slancio di onore individuale.
E i comportamenti variavano enormemente: c’erano guerrieri colti e guerrieri brutali, come in ogni classe militare di ogni epoca. Un codice unico e condiviso, valido per tutti, semplicemente non è mai esistito.
La parte scomoda
C’è un capitolo che nelle pagine sul bushidō si trova di rado, e vale la pena dirlo.
Negli anni Trenta e Quaranta il bushidō venne usato dalla propaganda militarista giapponese: riscritto come dovere di obbedienza assoluta e di sacrificio verso lo Stato, e insegnato ai soldati. L’idea nostalgica di un intellettuale di fine Ottocento venne trasformata in uno strumento di guerra.
È il motivo per cui, in Giappone, la parola non ha lo stesso sapore romantico che ha da noi. Chi la usa senza saperlo dice qualcosa che non intendeva dire.
Cosa resta di vero
A questo punto uno potrebbe concludere che sia tutto costruito. Sarebbe una scorciatoia sbagliata.
Resta una cosa, ed è quella che alle arti marziali interessa davvero: **l’idea del dō, della Via**. Cioè che un’attività pratica (usare una spada, tirare con l’arco, scrivere con il pennello, preparare il tè) possa diventare il modo in cui una persona si forma per tutta la vita. Che il gesto tecnico e il carattere di chi lo compie siano la stessa faccenda.
Quell’idea è autentica, è antica, ed è viva. È il motivo per cui oggi diciamo budō e non “sport di combattimento”: non è il nome elegante della stessa cosa, è una cosa diversa. Ed è la radice comune di tutte le arti marziali giapponesi moderne, da quelle con le armi a quelle a mani nude.
Come parlarne senza dire sciocchezze
Se il bushidō ti interessa, tre indicazioni pratiche.
Non citare le sette virtù come se fossero un codice antico. Sono una sintesi novecentesca, utile ma moderna. Dirlo non toglie niente: aggiunge.
Leggi le fonti sapendo quando sono state scritte. Lo Hagakure dice cose potenti, ma è un uomo del Settecento che rimpiange un mondo che non c’è più. Letto così, vale il doppio.
Diffida di chi lo usa per vendere. Il bushidō applicato al management, alla vendita o alla crescita personale è quasi sempre Nitobe riscaldato, con l’aggiunta di una fotografia in bianco e nero.
La versione onesta è meno epica di quella dei poster. Ma è vera, e regge molto meglio alla prova del tempo.
→ Se ti interessa cosa significa oggi praticare una Via, continua con [Cos’è il Budō](budo-significato).
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
