Cos’è il Budo (e perché non vuol dire arte marziale)

La parola sta dappertutto. Il palazzo dove si tengono i campionati a Tokyo si chiama Nippon Budokan. Chi pratica viene chiamato budoka. Sulle locandine dei corsi compare come sigillo di serietà, in mezzo a parole più chiare. Eppure quasi nessuno dice cosa significa.

Il budo non è la traduzione giapponese di “arte marziale”. E la parola, nel senso in cui la usiamo oggi, è più giovane delle arti che nomina: ha poco più di cent’anni.

Le due parti della parola

Si scrive con due caratteri: 武 (bu) e 道 (dō).

Il secondo è il più importante e lo conosci già: è la Via. Lo stesso carattere che sta in dojo, il luogo della Via, e in tutte le discipline che i giapponesi hanno costruito allo stesso modo: shodō la via della scrittura, chadō la via del tè, kadō la via dei fiori. Non è una decorazione poetica. È un’indicazione precisa: quello che fai è un mezzo, non un fine.

Il primo carattere è dove nasce la storia interessante.

La lancia fermata: una frase bellissima che non regge

Su qualsiasi sito di arti marziali troverai questa spiegazione: 武 è composto da 戈, l’arma in asta, e da 止, che significa fermare. Quindi bu vorrebbe dire fermare la lancia, e il budo sarebbe l’arte di fermare il conflitto. È una frase che commuove, e viene ripetuta ovunque.

Il problema è che gli studi sulla scrittura antica dicono un’altra cosa. Nelle iscrizioni più antiche, quelle sulle ossa oracolari, 止 non significa fermarsi: significa piede, camminare. Il carattere 武 raffigura qualcuno che avanza con l’arma in pugno. Non è la lancia fermata: è l’esercito che parte per la campagna militare.

La lettura poetica esiste da molto tempo, compare in un commentario cinese del quarto secolo avanti Cristo, ma è una rilettura successiva, e con ogni probabilità una comprensione sbagliata del carattere.

Questo non toglie niente, sposta soltanto il fatto. Non è che nel carattere ci fosse già scritta la pace: è che a un certo punto qualcuno ha deciso di leggerla lì dentro. Che è più interessante, perché racconta una scelta invece di una magia.

Quando è nato il budo

Fino all’Ottocento le arti giapponesi si chiamavano bujutsu: 武術, dove jutsu è la tecnica. Si imparavano per una ragione sola, e non era la crescita personale.

Il primo a cambiare le carte in tavola fu Kano Jigoro. Nel 1882 fondò il Kodokan e chiamò la sua scuola jūdō e non jūjutsu: sostituendo jutsu con dō dichiarava che quello che aveva costruito era un metodo educativo, non un sistema per vincere.

Il passaggio decisivo arriva però nel 1919. La Dai Nippon Butokukai, l’ente che riuniva le arti marziali giapponesi, sotto la spinta di Nishikubo Hiromichi ribattezza tutto: il bujutsu diventa budo, il jūjutsu diventa jūdō, il kenjutsu diventa kendō, il kyūjutsu diventa kyūdō. Perfino la scuola di Kyoto cambia nome e da Bujutsu Senmon Gakkō diventa Budō Senmon Gakkō. La motivazione dichiarata era che jutsu sapeva troppo di tecnica fisica, mentre dō teneva dentro anche la disciplina della mente.

In una riga: il budo non è antico, è una decisione presa nel Novecento. È esattamente la stessa storia del bushido, il codice dei samurai, che nella forma in cui lo conosciamo nasce anch’esso a cavallo tra i due secoli. Chi vende antichità millenarie di solito non ha aperto un libro di storia.

Quali sono i budo

Non è un’etichetta che si può appiccicare a qualsiasi cosa. In Giappone l’associazione che riunisce le discipline moderne ne riconosce nove: judo, kendo, kyudo, sumo, karatedo, aikido, shorinji kempo, naginata e jukendo.

Due cose si notano subito. La prima è che l’aikido è dentro, insieme al sumo e al tiro con l’arco. La seconda è che molte scuole antiche non sono in elenco, e non per squalifica: sono le koryū, le scuole vecchie, che continuano a chiamarsi jutsu perché non hanno mai fatto quel passaggio. Se ti interessa il quadro completo, sta nella mappa delle arti marziali giapponesi.

Cosa cambia davvero nella pratica

Detta così sembra una questione di nomi. Nella pratica cambia una cosa sola, e cambia tutto: la tecnica smette di essere lo scopo.

In un jutsu la domanda è: funziona? In un dō la domanda è: cosa succede a chi lo fa? È il motivo per cui si ripete lo stesso gesto per anni senza cambiarlo, ed è il ragionamento delle tre fasi dell’imparare: si ripete non per perfezionare il gesto, ma perché è ripetendolo che si lavora su chi lo compie.

Kenjiro Yoshigasaki lo diceva senza giri di parole, in una lezione dell’aprile 2020:

Devi padroneggiare le tecniche dell’Aikido per poterle usare per proteggere la tua vita e per creare una vita migliore e un mondo migliore.

Le tecniche servono. Non sono il traguardo.

Il rischio della parola

C’è un uso di budo di cui conviene diffidare, e si vede spesso: la parola messa lì per dare profondità a un corso senza doverla dimostrare. Basta scriverla sulla locandina e la palestra diventa una tradizione.

Un dō però non si riconosce da quello che promette, si riconosce da quello che chiede. Tre segni che valgono più di qualsiasi dichiarazione:

Ti fa ripetere la stessa cosa a lungo, senza spiegarti ogni volta il perché, e senza scorciatoie per il tuo caso particolare.

Non ti vende un risultato con una data. Nessuna cintura in sei mesi, nessuna sicurezza garantita in un fine settimana.

Mette sullo stesso tatami il ventenne e il settantenne. Se lo scopo fosse vincere non avrebbe senso. Se lo scopo è la Via, non c’è nessun altro posto dove dovrebbero stare.

In due righe

Budo non vuol dire arte marziale. Vuol dire che una tecnica di combattimento è stata trasformata in un percorso, e che quel percorso riguarda chi lo fa. È una decisione presa in Giappone poco più di cent’anni fa, e vale ancora oggi quanto vale la serietà di chi la prende sul serio.

Il resto non si spiega, si vede: entra in un dojo e guarda una lezione.

→ Dove si pratica Ki Aikido in Italia


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.