Le arti marziali giapponesi: la mappa completa

Judo, karate, aikido, kendo, jujutsu, iaido, kyudo, sumo, ninjutsu. Sono tutte “arti marziali giapponesi”, ma metterle nello stesso elenco è come mettere insieme il ciclismo, gli scacchi e la scherma perché sono tutti sport.

Questa è la mappa, con il criterio per leggerla.

La linea che divide tutto: jutsu e dō

Prima dei nomi, una distinzione che spiega metà della faccenda.

Le arti antiche finivano in ‑jutsu: kenjutsu (la spada), jūjutsu (a mani nude), kyūjutsu (l’arco). Jutsu vuol dire tecnica, arte pratica. Servivano a una cosa sola: funzionare in battaglia.

Le arti moderne finiscono in ‑dō: kendō, jūdō, kyūdō, aikidō. Dō è la Via. Servono a formare la persona che le pratica.

Il passaggio avviene con l’era Meiji, dalla seconda metà dell’Ottocento: il Giappone si apre, i samurai come classe vengono aboliti, portare la spada diventa illegale. Le arti da guerra perdono la guerra. E chi le voleva salvare le trasformò: da metodi per uccidere a metodi per educare.

Non è una riverniciatura. È una scelta consapevole, ed è il motivo per cui oggi si dice budō e non “sport di combattimento”.

Da qui, i due grandi gruppi.

– I koryū (古流), le “scuole antiche”: tradizioni anteriori al 1868, tramandate quasi immutate. Poche, chiuse, spesso poco visibili. Non fanno gare e non cercano allievi. – Il gendai budō (現代武道), il budo moderno: quello che trovi in città, con federazioni, gradi, in alcuni casi competizioni.

Le arti a mani nude

Jūdō (柔道): creato da Kanō Jigorō nel 1882 dalle antiche scuole di jūjutsu. Kanō fu un educatore prima che un guerriero: tolse le tecniche troppo pericolose, introdusse la pratica libera a piena intensità e il sistema delle cinture. Proiezioni, immobilizzazioni, leve, strangolamenti. È disciplina olimpica dal 1964. Il nome significa “via della cedevolezza”: si vince non opponendosi alla forza ma usandola.

Jūjutsu (柔術): il ceppo antico da cui il judo deriva. Le scuole storiche esistono ancora, ma attenzione: gran parte di ciò che oggi si chiama “ju jitsu” nelle palestre è una cosa moderna e diversa, e il brazilian jiu jitsu è un ramo nato in Brasile da un allievo di judo.

Karate (空手): il grande equivoco: il karate non è giapponese di origine. Nasce a Okinawa, un regno indipendente per secoli, dall’incontro tra tecniche locali e arti cinesi. Arriva in Giappone negli anni Venti del Novecento, soprattutto grazie a Funakoshi Gichin, e lì prende la forma che conosciamo. Percussione: pugni, calci, parate, e le forme codificate (kata). Stili principali: Shōtōkan, Gōjū-ryū, Shitō-ryū, Wadō-ryū.

Aikidō (合気道): sviluppato da Morihei Ueshiba nella prima metà del Novecento a partire da antiche scuole di jūjutsu e di spada. Non ci sono attacchi: si riceve quello dell’altro e lo si neutralizza con proiezioni e leve articolari, senza opporre forza a forza. Salvo un’unica scuola minoritaria, non ha competizioni. Il Ki Aikido è il ramo che discende da Koichi Tohei e mette al centro l’unificazione di mente e corpo: le differenze concrete fra i due si vedono dal primo giorno sul tatami.

Shōrinji Kempō (少林寺拳法): fondato nel 1947 da Sō Dōshin, dopo l’esperienza in Cina. Mescola percussione e proiezioni con un impianto filosofico esplicito.

Sumō (相撲): non è un’arte marziale come le altre: è lo sport nazionale giapponese, con radici rituali shintoiste antichissime. Il combattimento dura pochi secondi, ma tutto ciò che lo circonda (il sale, il cerchio, i gesti) è cerimonia religiosa. I lottatori professionisti vivono in scuderie con regole di vita ferree.

Le arti con le armi

Kendō (剣道): la via della spada. Discende dal kenjutsu, si pratica con la spada di bambù (shinai) e l’armatura (bōgu), e ha competizioni. È rumoroso, veloce e molto più duro fisicamente di quanto sembri da fuori.

Iaidō (居合道): l’arte di estrarre la spada. Si pratica quasi sempre da soli, eseguendo forme precise: estrazione, taglio, pulizia della lama, rinfodero. Nessun avversario, nessun contatto. Chi lo pratica dice che è la più mentale di tutte.

Kyūdō (弓道): la via dell’arco. Arco asimmetrico alto più di due metri, gesto lunghissimo e codificato in otto fasi. Il bersaglio conta, ma il criterio vero è come hai tirato: un centro raggiunto male vale meno di un tiro corretto che manca.

Naginata (なぎなた): l’arma inastata con la lama curva. Storicamente legata alle donne della classe guerriera, oggi in Giappone è praticata soprattutto da donne nella versione moderna atarashii naginata.

Kobudō di Okinawa: le armi contadine di Okinawa: bastone lungo, tonfa, sai, nunchaku. Viaggia in parallelo al karate.

Ninjutsu: qui serve onestà: le tecniche di spionaggio e infiltrazione dei shinobi sono storicamente documentate, ma la maggior parte di ciò che oggi si vende come ninjutsu ha una linea di trasmissione discussa. È il settore con il maggior rapporto tra leggenda e documenti.

Come si sceglie

Non esiste l’arte migliore. Esistono domande a cui rispondere prima.

Vuoi confrontarti in gara? Judo, kendo e karate hanno competizioni strutturate. Aikido, iaido e kyudo no. È il primo bivio, e taglia l’elenco a metà.

Che rapporto hai con l’urto? Judo e karate sono fisicamente impegnativi e prevedono contatto duro. Aikido, iaido e kyudo permettono un impegno intenso senza impatti, motivo per cui si possono praticare a lungo, anche in età avanzata.

Ti interessa più il corpo o l’attenzione? Tutte le arti lavorano su entrambi, ma il baricentro cambia. Il kyudo e l’iaido sono quasi tutta attenzione. Il judo è molto corpo.

Da solo o con qualcuno? L’iaido e in gran parte il kyudo si praticano soli. Aikido, judo e kendo richiedono sempre un compagno.

E poi la domanda che conta più di tutte, che nessuna guida può risolvere: chi insegna vicino a casa tua? Un ottimo maestro di un’arte che non avresti scelto vale più di un maestro mediocre dell’arte perfetta per te. Il tempo lo passi con lui, non con il nome della disciplina. E per capirlo serve poco: una lezione di prova dice più di qualsiasi sito.

Una cosa che le tiene tutte insieme

Sotto le differenze c’è un tratto comune, ed è la ragione per cui in giapponese si usa la parola dō: in nessuna di queste discipline la tecnica è il punto d’arrivo.

Si ripete un gesto per anni non per perfezionare il gesto, ma perché è ripetendolo che si lavora su chi lo compie. È un’idea che in Occidente abbiamo, ma di rado così esplicita.

È anche il motivo per cui in un dojo trovi il ventenne e il settantenne sullo stesso tatami. Se lo scopo fosse vincere, non avrebbe senso. Se lo scopo è la Via, non c’è nessun altro posto dove dovrebbero stare.

→ Dove praticare e come iniziare


Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.