Su internet la domanda gira con un tono preciso: mezza provocazione, mezza curiosità sincera. Ci sono i video dell’aikidoka che finisce a terra davanti a qualcuno che non collabora, e sotto i commenti di chi ha già deciso. Chi invece me la fa in palestra la fa in buona fede: vuole sapere se sta per perdere tempo.
Allora rispondo diritto. L’Aikido funziona, ma prima va detto per fare cosa. Perché quasi tutte le discussioni su questo tema sono discussioni tra persone che stanno rispondendo a due domande diverse.
L’Aikido funziona per fare cosa?
Se “funzionare” vuol dire vincere un incontro con delle regole, contro un avversario allenato che non collabora, la risposta è no. E chi cerca quello ha ragione a cercarlo altrove.
Nell’Aikido non ci sono gare, e non è una particolarità della nostra scuola: è così in tutte le forme di Aikido tranne un’unica scuola minoritaria. Un’arte che non ha competizioni non allena a competere, e sarebbe strano il contrario.
Ma la domanda si può porre in un altro modo: quello che si impara sul tatami cambia qualcosa nel modo in cui agisci quando le cose vanno male? Lì la risposta è sì, ed è il motivo per cui pratico da oltre quarant’anni.
Difendere e proteggere non sono la stessa cosa
Kenjiro Yoshigasaki, il maestro con cui ho studiato, su questo era netto. E partiva da due parole che quasi tutti usano come sinonimi.
Proteggere significa fare qualcosa perché una vita o una cosa continui a esistere senza danno. Difendere significa fare qualcosa perché qualcuno o qualche organizzazione possa continuare a esercitare quello che fa.
Da lì arrivava alla conseguenza scomoda: per difendere qualcosa devi controllare gli altri, e nessun essere umano ha il diritto di controllarne un altro. E quindi:
Quando pratichi la tecnica di Aikido, tendi a controllare uke. E allora l’Aikido diventa difesa personale e tende a essere aggressivo.
Non è una frase contro i critici. È una frase contro chi pratica male, ed è più severa di qualunque video su internet. Il testo completo è qui.
Il dojo non è la strada, e non finge di esserlo
Il fraintendimento di fondo è tutto nella prima riga di una sua lezione dell’aprile 2020:
Quasi tutti pensano che quello che facciamo in dojo sia la stessa cosa della situazione reale fuori dal dojo. Questa è l’idea dello sport competitivo e della difesa personale. L’Aikido non è né l’uno né l’altra.
Poi distingueva la vita quotidiana, quella di tutti i giorni, dalla vita reale, che è fatta di eventi rari: un incidente, la casa che brucia, un’aggressione per strada. L’allenamento del Ki serve a prepararti a quelli. E se qualcuno ti aggredisce, diceva, l’unica strada che puoi seguire è cambiare la mente, quella dell’altro e la tua.
Si può essere d’accordo o no. Ma è una posizione chiara, ed è l’opposto di quella che i critici attribuiscono all’Aikido, cioè credere che quello che succede in dojo sia già la realtà.
Una tecnica non è un’azione
Qui c’è il passaggio che scioglie la domanda invece di aggirarla, e sta in una lezione del 23 aprile 2020.
Una tecnica è una forma fissa, in un ambiente fisso, per raggiungere uno scopo fisso. Se vuoi applicare una tecnica nel mondo reale devi adattarla, perché nel mondo reale l’ambiente cambia. Nella tua vita può cambiare anche lo scopo, quindi devi agire e non applicare una tecnica.
Chi chiede se l’Aikido funziona ha in mente una tecnica: quella presa al polso, quella proiezione. E ha ragione a dubitare, perché una forma fissa dentro un ambiente che cambia non tiene.
Solo che la tecnica non è mai stata il punto. È l’attrezzo con cui si impara ad agire, come le scale sono l’attrezzo con cui si impara la musica. Nessuno giudica un pianista dalle scale.
Perché la competizione non allena quello che serve
Sulla competizione il ragionamento è più interessante del solito “noi non gareggiamo perché siamo pacifici”.
Il combattimento e la competizione possono migliorare soltanto gli atti di combattimento. Quando competi o combatti, sviluppi un riflesso condizionato per vincere. Ogni riflesso condizionato si fonda sul passato e non crea un futuro migliore.
E la contropartita, nella stessa lezione:
Quando pratichi Aikido, immagini sempre il futuro di un secondo e agisci.
Non è la pretesa di battere qualcuno. È l’affermazione che le due pratiche allenano due facoltà diverse: una il riflesso, l’altra l’anticipazione. Chi ha bisogno del riflesso lo trova in una palestra da combattimento, e fa bene ad andarci.
La critica più dura viene da dentro
Se tutto questo sembra un modo elegante di difendere la propria bottega, c’è una lezione del 25 aprile 2020 che conviene leggere. Yoshigasaki elenca due istinti animali che sopravvivono negli esseri umani, “chi ha la forza ha ragione” e “la maggioranza ha ragione”, e poi li va a cercare dentro il mondo dell’Aikido:
In dojo capita molto spesso che si giustifichi la propria tecnica con “chi ha la forza ha ragione”: se ti riesce, allora dev’essere giusta. Così chi ha più forza può giustificare la propria tecnica. E poi una grande organizzazione di Aikido pretende di avere ragione usando l’idea che “la maggioranza ha ragione”.
È più severo di quello che scrive chi critica l’Aikido da fuori. E dice una cosa utile a chi sta cercando un dojo: una tecnica che riesce solo perché sei più forte dell’altro non è una tecnica, è forza.
Allora cosa si allena
Detto tutto quello che l’Aikido non fa, resta la parte concreta, e non è poca.
I 4 princìpi sono mantenere il punto, rilassarsi completamente, mantenere il peso sotto e inviare il Ki. Non sono formule da ripetere: si verificano con i Test di Ki, che sono prove fisiche in cui il risultato si vede subito. Il braccio impiegabile lo puoi provare in dieci secondi mentre stai leggendo, ed è spiegato qui: il braccio esteso e rilassato non si piega, quello contratto sì.
Da lì si allenano cose che nella vita reale contano più di una presa al polso. Restare rilassati sotto pressione. Tenere la postura quando si è spaventati. Sapere a che distanza sta una persona, che in giapponese si chiama ma ai. Convivere con un po’ di dolore senza andare in panico. Nessuna di queste è spettacolare, tutte si usano.
E una cosa che l’Aikido non è: non è una pratica di benessere. Anche su questo Yoshigasaki era esplicito, l’allenamento del Ki non è una terapia, perché la prima priorità è tenere il corpo forte il più possibile.
La risposta breve
Se cerchi l’efficacia da ring, l’Aikido non è la tua strada, e chi ti dice il contrario ti sta vendendo qualcosa.
Se invece la domanda è se cambia il modo in cui stai in piedi, il modo in cui reagisci quando qualcuno ti spinge, il modo in cui gestisci un conflitto che non è fisico, allora sì. E l’unico modo di verificarlo è quello che vale per tutto in questa disciplina: vieni a vedere una lezione. Il resto è discussione su internet.
Trovi i dojo italiani nella pagina dove si pratica Ki Aikido.
Le citazioni sono tratte dalle lezioni che Kenjiro Yoshigasaki tenne ai suoi insegnanti nel 2020, tradotte dall’inglese e raccolte nella sezione Il Doshu.
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia, in Europa e in Giappone.
