Un maestro che insegna Aikido ha un problema che non si dice quasi mai ad alta voce: il grosso di quello che conta non si vede.
La tecnica si vede. Dove va il piede, come gira l’anca, dove finisce la mano del compagno: tutto questo si mostra, si copia, si corregge. Ma la condizione da cui quella tecnica funziona, quella no. Un allievo può copiare il gesto alla perfezione per anni e ottenere niente, e non capire perché.
La soluzione trovata da Koichi Tohei fu di ridurre quella condizione invisibile a 4 princìpi dicibili. Non quattro esercizi: quattro modi di descrivere una cosa sola, guardata da quattro lati.
Eccoli.
1. Mantenere il punto
L’attenzione si posa in un punto basso del ventre, qualche centimetro sotto l’ombelico, dentro il corpo. In giapponese seika no itten.
Non è un organo e non è un centro energetico da immaginare. È il centro fisico della massa del corpo: il punto attorno a cui tutto il resto si muove e si bilancia. Che esista lo sa qualsiasi ballerino e qualsiasi ginnasta, anche se lo chiamano in un altro modo.
La parte interessante è l’altra: quando l’attenzione si ferma lì, la mente smette di correre. Non perché ci sia una magia nel ventre, ma perché la mente sta sempre da qualche parte, e finché sta lì non sta nelle preoccupazioni.
Cosa non è: concentrarsi, sforzarsi, spingere in basso. Se stringi l’addome, hai già perso.
Fuori dal tatami: è quello che fai istintivamente quando dici a qualcuno di calmarsi e respirare “con la pancia”. Solo che qui si allena da svegli, non nei momenti di crisi.
2. Rilassarsi completamente
Rilassato non vuol dire molle. Questa è la confusione che rovina il novanta per cento dei tentativi.
Un corpo molle si affloscia. Il rilassamento di cui si parla qui è assenza di tensione inutile: la struttura sta in piedi, l’osso sostiene, e i muscoli che non servono a quel gesto non lavorano. È la differenza tra un albero e un palo di ferro. Il palo è rigido e si spezza. L’albero è saldo e si muove.
Chiunque abbia visto un professionista fare bene una cosa difficile (un pianista, un artigiano, un atleta di alto livello) ha notato la stessa impressione: sembra che non stia facendo fatica. Non è che siano più forti. È che non sprecano.
Cosa non è: abbandonarsi, lasciarsi andare, “svuotare la mente”.
Fuori dal tatami: le mascelle strette davanti al computer, le spalle alle orecchie durante una telefonata difficile. Quella tensione lì non serve a niente e la paghi la sera.
3. Mantenere il peso sotto
Ogni cosa ha il proprio peso nella parte bassa. L’acqua in un bicchiere sta sul fondo. Il corpo, in piedi, scarica sui piedi. È talmente ovvio che sembra inutile dirlo.
Solo che appena ci si spaventa, il peso sale. Le spalle si alzano, il respiro si accorcia, il baricentro si sposta verso l’alto. Succede prima che tu te ne accorga, ed è il motivo per cui una persona agitata si sbilancia con una spinta leggera.
Mantenere il peso sotto è la condizione naturale. Il lavoro non è raggiungerla: è accorgersi quando l’hai persa.
La prova: in piedi, mettiti nella posizione in cui ti senti più forte e più pesante. Chi ti aiuta ti prende sotto le ascelle e ti solleva: vieni su facile. Ora resta in piedi, rilassati e pensa al punto sotto l’ombelico. Riprova: non riesce a sollevarti, oppure fatica molto.
Stesso peso sulla bilancia, risultato diverso.
Fuori dal tatami: è la differenza tra entrare in una stanza difficile con le spalle alte e entrarci appoggiato a terra. Chi ti guarda lo vede, anche se non sa dire cosa sta vedendo.
4. Inviare il Ki
Il quarto è quello che spaventa chi teme il misticismo, e invece è il più semplice da provare.
Inviare il Ki vuol dire stare attivi verso l’esterno invece che chiusi in difesa. Nel corpo è letterale: un braccio che continua ad allungarsi verso lontano, invece di contrarsi per resistere. È il braccio impiegabile, la prova più nota della scuola: due minuti e la differenza la senti addosso.
Nell’atteggiamento è la stessa cosa. C’è un modo di ascoltare qualcuno che è chiuso: aspetti solo il tuo turno per rispondere. E un modo che è esteso, in cui sei davvero rivolto verso l’altro. Chiunque ha sperimentato tutte e due, da tutte e due le parti.
Cosa non è: aggredire, imporsi, “mandare energia” a qualcuno.
Fuori dal tatami: è la differenza tra difendere una posizione e affrontare un problema.
Perché sono quattro e non uno
Perché descrivono la stessa condizione da quattro angoli, e ogni angolo prende una persona diversa.
C’è chi capisce subito come mantenere il punto e non capisce l’invio del Ki. Chi rilassa bene ma non tiene il peso sotto. Il maestro guarda cosa manca e usa il princìpio che serve a quell’allievo in quel momento.
E c’è una regola che si verifica sempre: quando uno dei quattro c’è davvero, ci sono tutti e quattro. Quando ne salta uno, saltano tutti. Non puoi essere veramente rilassato con il peso in alto. Non puoi inviare il Ki stringendo i denti.
Sono quattro porte per la stessa stanza.
Come si verifica
Qui sta la differenza pratica tra il Ki Aikido e un discorso di buone intenzioni: si controlla.
I Test di Ki servono a questo. Mentre stai in piedi, o cammini, o esegui una tecnica, qualcuno ti spinge, ti solleva, ti tira. Non è una gara di forza e non si tratta di resistere: serve a dare un riscontro immediato. O sei nella condizione giusta o non ci sei, e lo scopri in un secondo invece che in cinque anni.
È il motivo per cui in questa scuola si può insegnare da subito quello che altrove si spera che l’allievo trovi da solo.
Il punto d’arrivo
I quattro princìpi non sono una tecnica di rilassamento e non sono una filosofia. Sono la descrizione operativa di una condizione normale: quella in cui un essere umano sta quando non è in allarme.
Il lavoro di una vita non è raggiungerla. È accorgersi, sempre prima, di quando l’hai persa, e rimettersi a posto. Sul tatami si allena con qualcuno che ti spinge. Fuori, le spinte arrivano uguali, solo che non avvisano.
Leggerli non serve quasi a niente. Provarli richiede dieci minuti.
→ Dove praticare e come iniziare
Roberto Dalla Valle pratica Ki Aikido dal 1980 ed è Maestro della disciplina. Ha studiato con Kenjiro Yoshigasaki e ha incontrato Koichi Tohei in Italia e in Giappone.
